Francesco Betti, Deputy General Manager & COO presso Anima SGR, nonché ex collega ed amico, tiene da tempo su Linkedin una newsletter settimanale che affronta il tema della rivoluzione digitale.
Dato la vastità e la pervasività del tema e le sue implicazioni anche sul nostro modo di leggere e acquisire informazioni ed esperienze abbiamo chiesto a Francesco di poter copiare qui alcuni dei suoi interventi. Francesco gentilmente si è detto d’accordo. Gli estratti qui proposti non sono esattamente il copia incolla della sua newsletter, quanto piuttosto quel che abbiamo ritenuto più utile ai nostri lettori. Chi volesse leggere per intero i contributi di Francesco non deve far altro che cliccare sui vari link che di volta in volta pubblicheremo. Buona lettura.
Primo – La complessità del mondo
Avete presente la lotta senza fine tra Willy e Beep Beep, il roadrunner? Ora, ditemi se mi sbaglio: tra Willy e Beep Beep, anche a voi sta più simpatico Willy. Qualcosa non torna. Willy è oggettivamente uno stupido, perché la sua strategia continua a fallire, ma lui non mostra alcun segno di ripensamento. È possibile che non si chieda perché i prodotti della ACME non funzionano mai? Perché non cambia fornitore? Perché non cambia strategia? Ci possono essere, naturalmente, molte risposte: Willy ci è simpatico perché è il perdente della storia, perché è lo sfortunato davanti a un mondo cattivo, o ancora il cliente tradito dalla multinazionale ACME Corporation. Tutto bene, ma forse c’è dell’altro. Forse c’è qualcosa di più profondo.
Mi sembra ci siano punti su cui riflettere, e sia importante farlo ora, in un momento storico in cui molte certezze che sembravano scolpite nel marmo si stanno lentamente sgretolando. Ci sono parole nuove che stiamo imparando ad usare che rimandano a nuovi concetti: la community al posto della gerarchia; la capacità di influenzare rispetto all’autorità; l’adattabilità anziché la solidità, l’immaginazione al posto del razionalismo.
Quel paradigma solido, forte, robusto che pensavamo ormai di dominare e che ancora tanto ci rassicurava e ci rassicura, si sta rivelando il famoso gigante con i piedi di argilla. Ma (good news) è grazie alla duttilità dell’argilla che sappiamo creare cose nuove e nuove idee. A volte basta aspettare che lo zucchero si sciolga, direbbe Bergson.
Ma in un mondo complesso, dobbiamo imparare a pensare in maniera radicalmente diversa. E non possiamo più aspettare. Il senso del contesto è una qualità secondo me piuttosto rara, che va coltivata. E’ una soft skill sottile, su cui pochi si soffermano. Capire il contesto significa comprendere fino a quando si può spingere la negoziazione delle proprie idee, quando è il momento di agire o stare fermi, di lottare o fuggire. Per fare questo occorre un’abilità antica, che è quella di vedere prima l’insieme delle cose e poi i singoli elementi, l’unitarietà prima ancora che gli elementi, il bosco e poi gli alberi.
Pensare unitariamente è però un problema per la nostra logica riduzionista: noi così abbiamo imparato ad affrontare la complessità, spezzettandola in tanti piccoli elementi maggiormente trattabili. Questa “riduzione in termini” è stata necessaria, ma a lungo termine potenzialmente problematica, perché ci ha disabituati a fare i conti con l’intera fotografia, con le relazioni complicate tra i fattori, con gli schemi variabili tra le loro dinamiche.
Tutto il successo del pensiero occidentale si è di fatto basato su un semplice stratagemma logico: considerare che ciascuna cosa del mondo potesse essere descritta da 2 fattori. Si parla infatti di logica duale o parmenidea (“l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può non essere”). Una cosa o è o non è, non esiste una terza possibilità. Un sasso è un sasso, non è un’altra cosa. Punto. Andate e costruite tutto il resto.
La digitalizzazione del mondo come noi lo conosciamo ha scoperto il vaso di Pandora dei problemi della complessità. La logica parmenidea trova i suoi limiti, che già la fisica quantistica aveva evidenziato: ogni sistema fisico si trova in uno stato presente in uno spazio delle potenzialità, o spazio di Hilbert, che non è determinabile a priori e il cui risultato non è indipendente dall’attività dell’osservatore; in sintesi, la realtà è in parte creata dal modo in cui la osserviamo.
Tranne alcune eccezioni, i sistemi fisici possono essere o non essere la stessa cosa nello spazio di Hilbert, e nello stesso modo funziona il nostro cervello quando interpreta il mondo. Per una introduzione a questi aspetti, penso che bastino due libri: La danza dei maestri Wu Li di Gary Zukav e Come sono fatte le emozioni. La vita segreta del cervello di Lisa Feldman Barrett. La complessità del mondo, del business, dei mercati, del lavoro, delle decisioni moderne non può più essere affrontata con modelli conoscitivi di tipo duale. E questa è la brutta notizia.
La bella notizia è che siamo programmati per pensare a più dimensioni, e possiamo facilmente ricominciare a farlo. Ci sono altri modelli conoscitivi che si basano ad esempio su logiche ternarie, uno dei quali tratterò in un prossimo articolo, e che possono essere facilmente adottati per la gestione delle nostre decisioni, dei nostri progetti, delle nostre scelte strategiche. Io lo faccio da molti anni.
Ma al di là delle applicazioni concrete, quello che qui voglio sottolineare è il bisogno di abilità nuove, di visioni sintetiche prima ancora che analitiche, complesse prima ancora che razionali. Queste abilità si coltivano sedendosi altrove, non esattamente negli stessi posti in cui si fa pratica normalmente, cambiando prospettiva, ricominciando a pensare nel modo (più vasto) che sappiamo fare. Questa è, senza alcun dubbio, la vera sfida che ci aspetta nel mondo digitale.


