Da Claudio Cherin riceviamo la recensione del film di Marco D’Amore Caracas.

Questa volta, Marco D’amore racconta Napoli partendo da uno dei romanzi più intensi di Ermanno Rea, Napoli, ferrovia (parte finale della trilogia composta da Mistero napoletano e La dismissione).

Il registra non si limita a seguire le parole di Rea, ma le amplifica, vi entra in profondità e costruisce un’opera – mondo, in cui è facile perdersi: Caracas.

Il film racconta di Giordano Fonte, uno scrittore (Torni Servillo) privo di parole, che si trova, dopo anni, nella sua città natale, per una presentazione. Tutti intorno a lui aspettano con ansia un suo nuovo libro. Ma lui sa che non ci sarà altro che silenzio. Le parole lo hanno abbandonato, questo è il cruccio che porta dentro. La stima e l’affetto del pubblico non fanno che creare, in lui, altro che ansia e diffidenza.

Una sera, lo scrittore, uscito quasi per caso, si ritrova ad aiutare un ragazzino vessato da alcuni coetanei poco più grandi. Il ragazzino finisce, sotto una pioggia intensa e feroce, per rubare la borsa, che contiene forse l’abbozzo di un romanzo. Lo scrittore cerca, allora, di inseguirlo per i vicoli abitati da un’umanità silenziosa e invisibile. Così Giordano Forte arriva fino ad un palazzo, sale le scale, ed entra in un appartamento con la porta aperta, nel quale immagina si sia rifugiato il ragazzino con la sua borsa e il manoscritto. Qui compare, per la prima volta, Caracas (Marco D’Amico) con un coltello in mano che lo scaccia e lo minaccia.

Caracas è un uomo ferito, che non ha fatto del tutto i conti con il proprio passato né con il proprio presente. In lui c’è il dolore dell’orfanotrofio, in cui ha vissuto da bambino, il bisogno di avere dei punti fermi, che pensa di trovare nelle palestre e nell’ideologia di estrema destra. E la rabbia: il mondo in cui vive, fatto di precarietà, non lo soddisfa. Il prendersela con persone più povere e più deboli (si vede, all’inizio del film, un agguato alla comunità islamica) non fa parte della sua vera natura. Per questo durante l’agguato finisce per lasciare il gruppo di neonazisti. Più per colmare un vuoto in mezzo al petto alla vista di un migrante lasciato morto, che per altro.

Solo abiurare la fede nell’ideologia di estrema destra e ad essa sostituire l’Islam, gli porta la pace interiore. E lo porta a vivere una nuova vita. Oltre che ad avere un maggiore un rispetto di sé, dell’altro e lo porta a innamorarsi, forse per la prima volta, di una ragazza mussulmana (Lina Camélia Lumbroso, alla sua prima prova).

Tutto intorno, poi, c’è una parte di Napoli che si fa, scena dopo scena, prima, labirinto, poi, muro. Difficilmente da quel labirinto e da quei muri ‒ mentali e metropolitani ‒ si potrà uscire.

I luoghi scelti stanno a raccontare il tormento esistenziale degli uomini. La Napoli, che si scorge ‒ quella tra Piazza Garibaldi, la Stazione e il Decumano maggiore ‒ diventa un luogo angusto, fatto di muri scrostati, di strade soffocate da impalcature dove l’atmosfera è cupa e una pioggia sporga cade inesorabile. E nessuno sembra ricordare come si fa ad alzare gli occhi e guardare il cielo.
Il film è il ritratto a china di una città dove tutti sperano di salvarsi, come meglio possono. Ma è anche il diario esistenziale di uno scrittore, che si perde nella sua stessa città, perché la sente ormai come estranea. Su quest’idea il regista indugia molto.

Napoli, infatti, oltre ad essere complicata e complessa, è una città abbandonata e sfatta, dove compaiono solo migranti, piccoli delinquenti, qualche spacciatore, qualche tossico. Napoli non sembra affatto la città del sole o delle chiese barocche, ma una periferia sudamericana, una favela brasiliana, una baraccopoli indiana. Eppure nei i vicoli, nelle sue strade, tutti hanno una qualche speranza, perché sentono di poter sognare ancora.

Al centro del film c’è il rapporto tra Giordano e Caracas, fatto di conoscenza e di amicizia. I due sono diversi nell’età e nella vita, che hanno condotto e conducono. E questa relazione si modifica durante il film. Anche grazie a Caracas, Giordano, che pensa di non scrivere più romanzi, si ritrova tra le storie di donne e di uomini. E ritrova le sue parole.

Si può pensare anche che Caracas sia il riflesso dello scrittore, che nel volto del giovane uomo vede i propri ricordi, la propria memoria individuale e collettiva, ciò che rimane di quell’attivismo politico che gli ha permesso di credere nel miglioramento di sé e della propria città. Il legame sincero tra i due si manifesta anche nelle diverse scene girate all’interno della casa di Caracas, che si fa luogo nevralgico della storia, luogo dell’anima di tutti gli uomini e tratto distintivo di Caracas (che, essendo orfano, ha bisogno ‘per esistere’ di un rifugio sicuro).

Il personaggio di Caracas è l’espressione di un’ambiguità, su cui il regista gioca. E si rivela il punto forte del film. Caracas, si può ipotizzare, è l’ombra dello scrittore, ma anche di Napoli, che si fa, giorno dopo giorno, impasto di vite tutte uguali e tutte diverse. Oltre che immagine delle diverse contraddizioni della città: la bellezza, la miseria, ma anche l’umanità disincantata.

Per questo nel film Caracas vive più vite. C’è la vita dell’uomo che lotta tutti i giorni per non soccombere, che spera e ama. Quella dell’uomo che cerca nella fede un conforto, che si sente parte di un’umanità dolente e ai margini. E con il suo amore a sciogliere il legame tra l’eroina e la donna amata. E quella vita in cui l’uomo ha il rispetto di tutti, si dà da fare in loschi affari, ma che finisce disperato, perché la donna che ama muore alla ricerca della felicità, che solo l’eroina riesce a darle.

A Caracas è data la possibilità di vivere queste tante e diverse vite, perché D’Amore vuole suggerire che Caracas, oltre ad essere il riflesso dello scrittore, è anche il frutto della mente dello scrittore, uno scrittore malato di Alzheimer. Cosa che si tratteggia, con estrema delicatezza, quando lo scrittore viene svegliato dal concierge dell’albergo, dove alloggia, perché quest’ultimo non l’ha visto scendere o rispondere al telefono da giorni. Il volto provato e spiazzato di Toni Servillo può indurre lo spettatore a pensare che per un breve lasso di tempo lo scrittore sia ritornato in sé. E aver solo immaginato di aver ospitare nella sua stanza i ‘muschilli’, con cui ha riso, scherzato e fatto amicizia per tutta la giornata.

Solo con questa ambiguità, con questi giochi di specchi Marco D’Amore può raccontare una città come Napoli e l’afrore delle sua umanità dolente.