Riceviamo da Enrica Lieta la recensione del film vincitore dell’Oscar per il miglior film straniero.
Dopo la recensione pubblicata il 7 marzo a firma di Claudio Cherin (per pronto confronto cliccate qui) oggi anche Enrica Lieta ci dà il suo punto di vista. Eccolo.
Ho visto La zona d’interesse proprio la sera prima della premiazione degli Oscar e prima delle polemiche seguite alla vittoria della pellicola come miglior film internazionale, quindi libera da condizionamenti di sorta.
Già i primi minuti del film, con lo schermo completamente scuro e i suoni inquietanti di sottofondo, creano un senso di smarrimento che contrasta con la luminosità delle immagini successive, in cui si vede una compagnia di amici, con tanti bambini biondi che si divertono nel verde di una natura incontaminata.
Così piacevolmente trascorre la vita della famiglia Höss, senza grandi avvenimenti, coi figli che vanno a scuola e giocano nell’ampio giardino, in cui c’è persino la piscina. E questa casa e questo giardino sono l’orgoglio della signora Höss, che cura personalmente piante e fiori e li mostra soddisfatta a tutti i suoi ospiti.
C’è un muro però che nasconde quello che succede al di là, nel campo di sterminio di Auschwitz.
Qualcosa che viene costantemente richiamato, suggerito dai suoni: rumori, urla, spari, latrati di cani. Il muro grigio non nasconde però le ciminiere grigie che sputano fumo grigio giorno e notte; e la cenere si deposita ovunque e inquina anche il fiume dove la famiglia ama fare scampagnate.
Questo è il contrasto drammatico su cui scorre tutta la trama del film. Non succede niente di particolare: la vita di una famiglia normale, serena, si svolge in una casa pulita ed accogliente, ma tutto il non “detto”, il non “visto” è sempre presente e viene suggerito continuamente dalla colonna sonora.
Siamo di fronte alla “banalità del male” di cui parlava Hannah Arendt a proposito di Eichmann, il nazista che pianificò la “soluzione finale”. E il comandante Höss, come Eichmann, è un perfetto esecutore, talmente efficiente nel suo “lavoro” che viene promosso a nuovi incarichi, senza che il dubbio mai lo sfiori.
E marito e moglie in questo sono perfetti, si sostengono a vicenda, procedono nella loro vita e nel loro lavoro senza porsi domande, come in una qualsiasi famiglia piccolo borghese, interessata alla carriera e al buon andamento del quotidiano.
I due personaggi, interpretati da Sandra Hüller e Christian Friedel risultano addirittura irritanti nei loro ruoli, così interessati al loro piccolo” particulare” da non alzare mai gli occhi verso il muro. Ma qui sta la loro bravura, perché era questo l’effetto che dovevano suscitare: un fastidio quasi fisico nel modo in cui lei, una donna fredda e priva di empatia, si muove e parla o, quando lui, smessi i panni da SS, indossa un completo di lino bianco per festeggiare il suo compleanno.
Il film, nella sua “semplicità” colpisce proprio perché, inevitabilmente, costringe lo spettatore ad
interrogarsi anche sull’oggi, sul dramma della guerra e della violenza, sull’assurdità, la banalità del male.
Come si può discutere sulla necessità di fermare una guerra per permettere agli aiuti umanitari di
raggiungere una popolazione ridotta alla fame, se poi i bombardamenti potranno riprendere come prima?
Che senso ha rimandare la distruzione, se quello è l’obiettivo, mandando cibo e aiuti?
E altrettanto stridenti sono le ultime scene del film in cui si vedono le donne delle pulizie che lavorano ad Auschwitz, oggi, per tenere ben pulito “il museo”, le vetrine dove sono esposti gli orrori dell’olocausto e addirittura il forno crematorio. Le uniche scene esplicite sul lager sono le stesse che si possono vedere oggi “per non dimenticare”… e in fondo anche quelle donne stanno facendo bene il loro lavoro!
