Claudio Cherin recensisce l’ultimo film di Glazer La zona di interesse.

La zona d’interesse, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Martin Amis, è il nuovo film di Jonathan Glazer (l’acclamato autore di Sexy Beast, e di Birth – Io sono Sean). Candidato agli Oscar 2024 come miglior film, miglior film internazionale, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior sonoro, è la vera storia di Rudolf Höss, comandante nazista del campo di concentramento di Auschwitz dal 1940 al 1943.

Il film si concentra sulle dinamiche familiari di tutti i giorni che avvengono nella casa di Höss: fatti e dialoghi che non raccontano altro se non la superficialità e le ossessioni di un uomo e di una donna, la moglie del comandante nazista, che hanno a cuore solo il proprio interesse personale. E non si preoccupano di come questo significhi uccidere o massacrare delle persone. Non c’è in loro alcun ripensamento, alcuna epifania del male che stanno compiendo. Il desiderio, che li prende, è solo quello di una stabilità economica. Di gioielli e di pellicce che adornano il corpo non troppo curato della signora Höss, che trasuda sciatteria e avidità, ossessione per la pulizia e un’ostentata e banale vita piccoloborghese.

Il fatto che al di là del muro di recinzione ci siano grida, spari, fischi del treno, anche nel cuore della notte, che lacerano, come un tarlo, la vita della famiglia, non li preoccupa.

Dal punto di vista narrativo, La zona d’interesse è solo questo: succede poco o niente. Le scene sembrano slegate l’una dall’altra. Non ci sono fatti rilevanti. Ognuno vive in solitudine una vita che normale non può e non deve essere. Nessuno dei personaggi, ad eccezione del figlio minore, ha intenzione di guardare oltre le tendine bianche della finestra.

Questo film, che si riallaccia da un punto di vista tematico a Schindler’s List o a Il pianista, a me sembra nella forma molto vicino a Il figlio di Saul (Saul Fia) di László Nemes.

László Nemes sceglie di raccontare solo il dramma esistenziale di un uomo di nome Saul. Questi, che, come altri, è stato strappato dalla propria famiglia e dalla propria vita, decide di dare degna sepoltura al corpo di un ragazzo, che gli ricorda qualcuno (un parente, un amico, un figlio non lo sappiamo) o qualcosa (la sua umanità).

La scelta formale di Nemes e di Glazer è qui molto simile: entrambi non hanno bisogno di descrivere l’orrore dei campi.

La zona d’interesse lo racconta solo con le grida di sottofondo. È un fuori campo ingombrante, che diventa quasi un film a sé. Quello, che il regista vuole far emergere, è una glaciale e algida indifferenza dei due coniugi e di tutti coloro che frequentano la casa.

L’unico personaggio che giunge e che sembra trovarsi a disagio in questa storia è la madre della signora Höss, che guarda, si congratula con la figlia, ma finisce per scappare nottetempo forse più per l’odore del forno crematorio e per le polveri, che non per quello che sta accadendo oltre il muro.

Il film è costruito sulla continua antinomia che c’è tra le immagini nitide e chiare, i dialoghi banali e quotidiani, e i suoni ‒ urla, spari, cani che abbaiano, treni che arrivano, il fuoco dei forni crematori che arde ‒ i momenti di buio tra i titoli di testa e l’inizio vero e proprio del film.

Questo effetto è ottenuto grazie a un lavoro capillare realizzato del sound designer Johnnie Burn, che ha cercato di ricostruire l’intensità, il riverbero, l’intersezione dei suoni della natura circostante.

L’orrore è raccontato attraverso piccoli dettagli: come la cenere dei corpi che attraversa un fiume o il sangue lavato via dagli stivali del comandante, vanno a comporre un quadro terrificante.

A cui si aggiunge l’ossessione nel disegnare e nel raccontare, da parte del regista, le superfici pulite e lisce della casa degli Höss e quella naturalistica del giardino, che contrastano con il caos e il raccapriccio che immaginiamo stia succedendo al di là delle mura.

L’unione di questi elementi permette creare una sensazione di stordimento, dove l’orrore e il dolore non sono mai direttamente visibile, ma non per questo meno presenti. Ad amplificare questa sensazione è il montaggio secco e l’uso di telecamere fisse, di primi piani quasi del tutto assenti. Ma anche dall’intensa colonna sonora di Mica Levi.