Ieri sera presentazione al Corriere della Sera del libro di Breda e Caretti sulla figura di Giacomo Matteotti.

Sala stracolma, ahimé in prevalenza di anziani. Insieme agli autori, Breda, giornalista del Corriere e Caretti, professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Siena, nonché presidente dell’archivio Matteotti, il coordinatore dell’evento Antonio Carioti, anch’egli giornalista del Corriere della Sera, ha invitato Marcello Flores e Anna Steiner, pronipote di Giacomo Matteotti.

Gli interventi hanno chiarito bene sia l’ambito storico che precedette il rapimento e l’omicidio che l’omicidio stesso.

Nessun dubbio che una delle cause dell’avvento del fascismo sia stata la divisione e la frammentazione delle forze di sinistra, così come nessun dubbio che il mandante dell’omicidio stesso sia stato direttamente Benito Mussolini, al quale, dopo il fatto i cinque assassini si rivolsero direttamente e per interposta persona per avere favori e quattrini.

Breda, peraltro, ha voluto ricordare come Matteotti anni prima fosse già stato fatto oggetto delle attenzione degli squadristi, che l’avevano anche in quel caso rapito, picchiato e torturato e seviziato sessualmente. Ciò nonostante, e forse a maggior ragione, Matteotti continuò la sua azione politica fino al famoso discorso in Parlamento col quale accusava direttamente il partito fascista degli innumerevoli crimini che si susseguivano in tutta Italia, discorso che ne decretò la morte, tanto che al termine Matteotti stesso chiese ai compagni di partito di preparare in suo favore una orazione funebre.

Che in Italia dopo cento anni da quegli avvenimenti e con circa tremila piazze o vie dedicate a Matteotti in Parlamento siedano e comandino persone che inneggiano a Mussolini, assassino di Matteotti, cancellatore dei partiti politici, redattore delle leggi razziali, alleato di Hitler nella persecuzione agli ebrei, è cosa che francamente fa rivoltare lo stomaco.

Dalla presentazione dell’editore:

L’assassinio di Giacomo Matteotti il 10 giugno 1924 segna l’inizio della parabola più sanguinosa e totalitaria del fascismo eppure, a cento anni di distanza dai fatti, il caso non appare chiuso in modo definitivo. Tanto che sono nate contese su chi avesse diritto di commemorarlo e fiorite ipotesi revisioniste che hanno relativizzato il ruolo di Mussolini come mandante dell’omicidio, avallando tesi come quella di una Tangentopoli in camicia nera che viene ridimensionata in queste pagine. Il risultato è che sappiamo molto della leggenda di Matteotti ma poco della sua breve eppure intensa parabola di vita: le origini e la famiglia di agrari, la formazione intellettuale, l’imprinting europeo maturato in viaggi di studio (da Vienna a Berlino, da Oxford a Parigi), le sue idee per un socialismo riformista, l’intransigenza e l’integrità etica. E pure il carattere, che fece di lui l’avversario più pericoloso per il duce, come dimostrò la sua denuncia in Parlamento dei brogli elettorali e delle violenze compiute dai fascisti.
A ricostruirne la figura a tutto tondo mira questa biografia che, anche sulla scorta di documenti inediti, mette in luce due cose essenziali: com’era l’uomo prima di diventare un martire, nei 39 anni che ha vissuto in maniera appassionata, e come è diventato un simbolo dell’antifascismo. Perché come è stato scritto: «Prima di lui c’era stata l’opposizione al fascismo, ma l’antifascismo come valore, come scelta consapevole e prioritaria nasce solo con l’estate del 1924, nel suo nome».