Riceviamo da Claudio Cherin la recensione del film di Bozzelli Patagonia. Eccola.
Simone Bozzelli mette al centro del suo Patagonia l’amore tossico e la schiavitù relazionale, la manipolazione psicologica, le identità sentimentali di giovani precari, in transito verso la maturità.
Volto e vittima dell’abbaglio è qui il ventenne “Rapagnetta Yuri” (Andrea Fuorto). Adulto ancora bambino, di genitori ignoti, che vive con le anziane zie (sta con loro a turno), batte gli scontrini in macelleria, si annoia, accarezza cuccioli fin quando, alla festa di compleanno del nipotino, incontra il diabolico Agostino (Augusto Maria Russi).
La fuga sul camper sgangherato dell’animatore di feste consegna a Yuri la possibilità della scoperta di sé e l’immergersi nella natura ambigua dei sentimenti. Dopo una festa di compleanno, Agostino e Yuri finiscono in un rave. Finita la baldoria, inizia la manipolazione: violenza psicologica, svalutazione, umiliazioni psicofisiche e iniziazione sessuale.
Agostino prende possesso del corpo di Yuri: prima rendendolo simile a sé, conficcandogli al capezzolo un rudimentale piercing, curandolo dall’infezione, che viene dal piercing. Poi, abbandonandolo, segregandolo e in fine possedendolo.
Yuri, abbagliato dall’intraprendenza conturbante di Agostino, si lascia predare e si fa lacerare dal senso di colpa. Fuori da un’infanzia durata troppo a lungo, Yuri si trova indifeso. Per questo segue Agostino con una fiducia assoluta. Ma ben presto si ritrova tra le spire di un sentimento pressante, che si rivela presto pericoloso.
Lo sguardo di Simone Bozzelli non è semplicemente smaliziato. È sicuro e fermo nel rappresentare questa storia. Evita di concentrarsi soltanto sulla prevedibilità o sull’imprevedibilità di una laison; preferisce, infatti, esplorarne quei sottilissimi spazi liminali tra la conquista e il rifiuto, tra la pazienza e la sopportazione, tra la forza e la sottomissione rendendoli giganteschi attraverso i tanti contrasti messi in scena, da quelli più concettuali a quelli più visivi, attraverso i campi lunghi su non-luoghi e scenari naturali che tolgono il fiato.
Il regista (che è anche sceneggiatore insieme a Tommaso Favagrossa) ha il desiderio di raccontare una gioventù traballante e incerta, alla ricerca di una forma e forse di un ruolo all’interno di una società. L’alternativa è il nomadismo, lo sbarazzarsi delle cose, una certa fluidità e un ritrovarsi tra coloro che non riescono ad essere se non emarginati dalla società dei padri (qui rappresentata dalla tre vecchie zie e dal mondo di provincia dal quale proviene Yuri).
La fascinazione per i dettagli, i dialoghi sospesi dei cortometraggi, l’angoscia vorticosa delle camere a mano e gli scorci lirici sulla montagna abruzzese, sono i punti di forza del film. Oltre ad essere la cifra stilistica di questo regista. A questi si aggiunge la ricerca dei non-luoghi, in cui si mette in scena l’annullamento di sé (il camper è carcere sentimentale, l’alcool e il rave sono la perdita di sé; l’amore per gli animali e il convivere con loro la catarsi).
Tutt’intorno a loro c’è la provincia abruzzese, dove si alternano quartieri anonimi, aperta campagna e vestigie degli anni novanta, tradite dalle scelte politiche e destinate ad essere invase da vegetazione spontanea e dalla ruggine.
Il merito di questa storia riuscita va sicuramente alla figura di Agostino, che ha una faccia che assomiglia al Renton di Trainspotting, ma con sorpresa è impersonato da un attore esordiente che dimostra già grande magnetismo (Augusto Maria Russi). Andrea Fuorto, il protagonista, è già visto ne L’Arminuta di Giuseppe Bonito e La prima regola di Massimiliano D’Epiro.
I due attori sembrano dei felliniani Gelsomina e Zampanò poetici ma millenial. Perché Patagonia è un’opera che mette in risalto il duo Yuri-Agostino in primissimo piano, ne racconta le titubanze, i sospiri, i timori, le frustrazioni a tal punto da rendere tutti gli altri personaggi, semplici agenti, senza indipendenza né pienezza.
Va ricordato che Simone Bozzelli, il regista, nel 2020, si è aggiudicato a Venezia il Premio al Miglior Cortometraggio con il suo J’ador nella sezione Sic, mentre con Giochi ha vinto nella sezione Italia Corti al Torino Film Festival nel 2021.
E la Patagonia del titolo? Un altro non-luogo (che ricorda l’America latina dei D’Innocenzo), simbolo di rinascita e di alterità a cui si aspira, dove ricominciare. Ma anche il buco nel muro dal quale la dura realtà e tutte le incertezze e le precarietà millenial confluiscono per poi riemergere e finire per infrangere ogni desiderio.
