Riceviamo questa recensione di Claudio Cherin del film Adagio.


Adagio parte dalla vita di un ragazzo, Manuel (interpretato da un giovane attore esordiente, Gianmarco Franchini, molto bravo), dedito a piccoli reati, che si prende cura del padre, ex esponente di spicco di una famosa banda criminale e ora affetto da demenza (interpretato da un inedito Toni Servillo, soprannominato Daytona).

Manuel è vittima di un ricatto: va a una festa per scattare alcune foto compromettenti, ma, sentendosi raggirato, decide di scappare. Inseguito da carabinieri corrotti (Adriano Giannini e Francesco Di Leva) Manuel si è dovuto inserire in una festa esclusiva per incastrare un politico che si traveste da regina e ha il vizio della droga e dei minorenni.

Per questo il ragazzo è costretto a chiedere protezione a due ex criminali (Valerio Mastandrea e Pierfrancesco Favino), vecchie conoscenze del padre (Toni Servillo).

Favino, irriconoscibile grazie al trucco di Lorenzo Tamburini è Romeo detto Cammello, descritto come una bestia. È un uomo malato, che vive le conseguenze della patologia sul corpo, è stato scarcerato perché ha un tumore.

Servillo, il padre di Manuel, smemorato ma non troppo: non si sa quanto reciti la parte del malato di demenza e sia vera la sua malattia. È come se recitasse due persone diverse che ‘abitano’ la stessa persona.

Mastandrea mostra la cecità come il motore delle scene. Di lui non sappiamo molto, il regista lo lascia in ombra. Non sembra sia importante il passato dell’uomo e il perché si trovi in quella casa spoglia. Le sue mani, la topaia in cui abita, l’oscurità di cui si nutre bastano per raccontare un passato fatto di ricatti e di vendette, di desideri e di fallimenti. Di tempo passato in vane e spicciole illusioni. Ma il vero intento è quello di raccontare, con il brancolare delle braccia, cosa significhi il non vedere più un futuro, l’andare a tastoni nella notte della vita.

Giannini è Vasco, il carabiniere corrotto. Costretto, per amore dei figli e del divorzio dalla moglie, a perdere i suoi ideali. Un personaggio duro e crudele, tenero (con i figli) e spietato. Disperato in quel labirinto di vendette familiari e destinato ad essere vittima delle sue stesse scelte.

Ogni personaggio del film è tirato fuori, a forza, dal proprio pertugio, nel quale vive e aspetta, nel quale, semplicemente, si lascia vivere. Sono le scelte di Manuel, per raccattare qualche spicciolo e per avere l’impressine che una vita migliore sia a portata di mano a sparigliare tutto.

Sullo sfondo c’è una Roma meno monumentale, più vicina a Los Angeles che al solito immaginario.

Uno sfondo lontano, i luoghi scelti sono quelli periferici. La città sta bruciando, e, mentre le fiamme dell’inferno cittadino divorano tutto, la cenere cade addosso ai moribondi esponenti di una criminalità che non esiste come brandelli (la banda della Magliana a cui Mastrandrea era affiliato, ad esempio).

La redenzione avviene attraverso un ragazzo con le cuffie al collo, Manuel ‒ sopravvissuto grazie al sacrificio di un padre (che forse non è solo il suo) ‒ che è portatore di una rivoluzione sentimentale, capace di quell’amore che si riceve dai padri e che è in grado di sopravvivere alla fine imminente.

Adagio diventa allora anche il racconto di un’anima in grado di emozionare: e uno dei temi che affronta è l’essere figli. Essere figli in mezzo al degrado familiare e romano. E racconta così la speranza che un figlio porta con sé.

Stefano Sollima si rivela un filmmaker punk, un laico, che evita il divino: ognuno è responsabile per sé, sembra dire.

Sui titoli di coda, c’è Franco Califano che canta Tutto il resto è noia: una sentenza. Quale migliore musica per commentare un mondo (malavitoso) di derelitti e vecchi criminali disillusi?