Domenica 19 alle ore 12.30 presso la biblioteca Sormani di Milano si è svolto l’incontro organizzato da Prima i Lettori con gli scrittori Marcello Duranti, Rita Pugliese e Giorgio Secchi.
Tema dell’incontro quali passi debbono essere seguiti se si vuole diventare uno scrittore.
Nonostante l’orario insolito un pubblico di una cinquantina di persone hanno seguito l’incontro, che tenuto conto sia dell’orario, sia della contemporanea esistenza in città per il medesimo infelice orario di altri trentaquattro event targati bookcity mi è parso un risultato felicemente sorprendente.
I vari passi necessari al mestiere dello scrivere sono stati introdotti da una serie di brani di grandi autori, letti con grande precisione e bravura da Anita Dordoni.
Per coloro i quali non sono stati presenti all’incontro riproduciamo qui i brani che sono stati letti che rispondono a qualche domanda sull’argomento.
Quando cominciare?
“Ho cominciato a scrivere seriamente intorno ai quattordici, quindici anni. A scuola avevo la sensazione che quello che avrei dovuto imparare era irrilevante e noioso. Avevo la sensazione che dei pazzi mi imbottissero di cose che non volevo. […]
Poi c’era la scrittura, che era un modo attivo di prendere possesso del mondo. Potevo diventare onnipotente, piuttosto che essere una vittima. Scrivere diventò un modo di elaborare, di ordinare quello che sembrava un caos. […] imparai presto che la scrittura era il solo posto dove avevo dominio, dove esercitavo un controllo. Alla scrivania nel mio studio, chiuso, al caldo, concentrato, autosufficiente, con tutto quello di cui avevo bisogno a portata di mano – musica, penne, fogli, macchina per scrivere – riuscivo a costruire un mondo in cui le disarmonie potevano essere contenute, e forse private del loro veleno. Scrivevo per sentirmi meglio, perché spesso non mi sentivo troppo bene. Scrivevo per diventare uno scrittore e lasciare la periferia. […] Cercare storie era un modo per provare a vedere cosa succedeva fuori e dentro di me.”
Hanif Kureishi, Da dove vengono le storie?, Bompiani 1999
Serve l’immaginazione?
A casa, nella stanza dei bambini, giocavo per lo più da solo. In verità giocavo poco, parlavo piuttosto con la tappezzeria. I molti cerchi scuri nel disegno della tappezzeria li vedevo come persone. Inventavo una quantità di storie in cui essi figuravano da protagonisti, qualche volta ero io a raccontargliele, ma qualche volta anche loro partecipavano al gioco; comunque non mi stancavo mai di questi personaggi della tappezzeria ed ero capace di stare ore e ore a discorrere con loro.
Elias Canetti, La lingua salvata, Adelphi 1980
Quali decisione bisogna prendere?
Scrivere un romanzo […] è più o meno come montare con i mattoncini del Lego tutte le catene montuose d’Europa. […]
Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milione di decisioni: non solo sull’andamento dell’intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventerà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro (sono le decisioni facili da prendere, quelle categoriche); non solo quando dire e quando occultare e che cosa viene prima e che cosa viene dopo e che cosa svelare fin nei dettagli e che cosa solo per allusione (anche
sono decisioni semplici). Bisogna soprattutto prendere miriadi di decisioni sottili, come ad esempio mettere lì, nella terza frase verso la fine del brano, blu o celeste? O azzurro? O magari celeste scuro? O azzurro cenere? E questo azzurro cenere, poi, va scritto già all’inizio della frase? O non è meglio spanderlo solo alla fine della frase? O in mezzo?
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli 2003
Ordine e disciplina?
Quando parlo di scrittura, la prima cosa che mi viene in mente non è un romanzo, una poesia o la tradizione letteraria, ma è una persona che si chiude in una stanza, si siede a un tavolo e si ripiega in se stessa e tra le proprie ombre costruisce un mondo nuovo con le parole. […] Quando passo giorni, mesi, anni scrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me, proprio come coloro che costruiscono un ponte o una cupola pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. Le tocchiamo, sentiamo il rapporto che hanno tra di loro, qualche volta le guardiamo da lontano, qualche volta le accarezziamo con le dita o con la punta della penna, le pesiamo, le sistemiamo e così per anni, con determinazione, pazienza e speranza costruiamo nuovi mondi.
Orhan Pamuk, La valigia di mio padre, Einaudi 2007










