Ieri sera visto il film del momento.
Paola Cortellesi, alla sua opera prima, sbanca il botteghino e si conquista così la libertà futura di proporre altri progetti e altre storie.
Non ha senso raccontare la trama di un film che la maggioranza di noi ha già visto o sta per vedere. Noi siamo andati sull’onda pressoché unanime che lo giudica un capolavoro oppure bellissimo.
In effetti il film merita, anche se non si possono negare alcune furberie e un intervento da deus ex machina. Le furberie consistono, tralasciando l’uso del bianco nero che vuole ricordare il neorealismo (che aveva, mi si lasci dire, ben altro spessore), in alcune riprese insistite sulle espressioni dei due personaggi principali, marito e moglie. L’intervento da deus ex machina consiste nella fantasticheria che la Delia, Paola Cortellesi, riesca a farsi intendere e convincere un soldato americano a far saltare in aria col tritolo un bar, tenendo in debito conto che fin lì i due non erano riusciti neanche a dirsi ciao in una lingua comune.
In ogni caso questi sono particolari senza molta importanza. Il patos c’è e coinvolge.
Uscendo restano aperte alcune domande.
Quale è il significato da attribuire alla rappresentazione del pestaggio (ennesimo – ma unico mostrato in interezza) del marito alla moglie in chiave di ballo di coppia? Vuole solo sdramattizzare o vuole intendere che quello era il loro modo di avere una relazione amorosa (il famoso e attuale amore tossico)?
Altra domanda: perché quell’avvenimento essenziale per la nostra democrazia che è stato il diritto di voto alle donne viene descritto sostanzialmente come un dono alle donne stesse, un qualcosa che piove loro in testa senza che nessuna delle tante protagoniste del film faccia nulla? Non c’è nel film alcun accenno alle lotte che le donne dovettero fare per ottenerlo, né al dibattito che inevitabilmente le coinvolse. E sì che la Cortellesi, specie nella prima parte, si premura di farci vedere la condizione delle donne in tutte le classi sociali, che viene sempre descritta, a prescindere dal reddito o dalla istruzione, sempre e solo come succube. E quindi come avvenne che una società così profondamente maschilista diede loro questo diritto? Di questo il film non parla, facendo un torto, a mio modesto modo di vedere, proprio alle donne stesse.
Si dirà che non ne parla perché vuole descrivere soltanto le condizioni miserevoli in cui vivevano le donne del popolo e i loro mariti, mariti che andavano a puttane e le menavano di santa ragione. E qui il film si dimentica un altro aspetto essenziale di quell’epoca che in parte ahimé sopravvive.
Gli uomini (e le donne) allora, come spesso adesso, vivevano la violenza come normale, intrinseca all’animo umano e profondamente educativa: i mariti menavano le mogli e menavano i figli (ricordo miei amici di infanzia che quando combinavano qualcosa venivano frustati con la cinghia) e spesso anche le discussioni pubbliche finivano a botte. Nel film l’unica menata è la moglie mentre figlia e figli non vengono mai toccati. Come dicevo, anche solo nel mio ricordo di para-settantenne (quindi con infanzia e adolescenza ante 1968) i figli venivano picchiati sovente dai padri (e spesso anche dalle madri). La violenza, come per inciso recita il padre del protagonista, era un metodo educativo che andava applicato con attenzione e costanza, tant’è che il personaggio dice al figlio: “non la puoi picchiare sempre, se no non capisce. devi dargliene ogni tanto, forte, molto forte, ma ogni tanto, non sempre”. Per i nostri padri e nonni le botte erano un modo per educare. Il film, concentrato come è nel raccontare solo una parte della luna, questo lo dimentica.
Buona visione.
