Da Claudio Cherin riceviamo la recensione del romanzo Sebastiano Vassalli Io, Partenope.
Sebastiano Vassalli ha sempre usato, per indagare gli uomini e le loro storie, un «fossile linguistico»[1] o un pretesto narrativo o uno di quei frammenti disseminati, che gli uomini alle volte si lasciano alle spalle in manoscritti, in leggende, in dicerie, in iscrizioni o in nomi di luoghi.
Il fossile linguistico di Io, Partenope[2] è uno sguardo. Lo sguardo di una donna, che guarda ammirata L’estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini, in una delle chiese più particolari di Roma, Santa Maria della Vittoria.
Giulia De Marchi, la donna che guarda con stupore e spenta rassegnazione Santa Teresa D’Avila, si perde nei suoi panneggi, nella sua estasi e nel suo «entra[re] in Dio»[3] con il corpo, ha come la mistica ardentemente creduto di trovare nella Chiesa e nella fede rifugio, dopo una vita di stenti e di soprusi, e pensato che la strada descritta dal Vangelo potesse essere la sola a permetterle una vita migliore.
Come molte altre, però, la donna che guarda in silenzio la statua, di quell’unico dottore donna della Chiesa Cattolica, è costretta ad abiurare e a rinnegare il suo cammino di fede, che l’ha portata a fondare un ordine popolare, che attira la devozione sincera di quella Napoli seicentesca, che «mescola i corni di corallo ai Santini, gli scongiuri ai Vangeli, e che pur accettando la dottrina ufficiale della Chiesa in cui crede poco, la adatta a tutte le stupidaggini delle credenze popolari».[4]
Io, Partenope, si interroga sulla «chiusura maschile di una chiesa e di una religione»,[5] nei confronti di una religiosità che coinvolge il femminile, definita nel romanzo come «la religione di Eva».[6]
Se Elisabetta Rasy,[7] nel suo La prima estasi, la Kristeva nel suo saggio-romanzo su Teresa D’Avila,[8] la Maraini,[9] la medievista Chiara Frugoni,[10] hanno permesso di affrontare e di comprendere il valore delle donne all’interno del mondo monastico, Vassalli racconta la storia di un’anima «colpevole di essere [solo] una donna».[11]
Suor Giulia detta Partenope, come Antonia de La chimera, o Singur di Terre selvagge, finisce per soccombere e accettare con rassegnazione le scelte degli uomini, siano questi appartenenti alla Chiesa Cattolica o no. E ad accettare che nella religione cattolica fosse necessario mettere Teresa D’Avila, «sugli altari e liberarsi di Suor Giulia. Facendola sparire, oltre che dalla società, dalla memoria delle donne e degli uomini. Soltanto così, pensavano i consiglieri del papa e lo stesso papa, si sarebbe potuto impedire che accanto alla comunione simbolica e maschile che si fa con Dio nella Messa, si facesse strada un’altra comunione, tutta femminile, dell’anima ma anche del corpo […] una via femminile al rapporto con Dio».[12]
È forse, il raccontare storie di vinti che scelgono di ritirarsi nell’ombra, perché sanno che non avranno la possibilità di avere un qualche riscatto morale o di qualunque altro genere, il loro sguardo consumato dalla vita e dal loro vissuto, senza commuovere o dimostrare l’infelicità umana, il descrivere la storia di persone perse nella storia «senza la pretesa di capire o di spiegarne l’origine»,[13] la consapevolezza che «le vicende umane, allora come oggi, più le guardi da vicino e più sono tutte uguali»,[14] che «nessuna opera letteraria […] può esaurire il tema tanto complesso di com’è un popolo»,[15] a rendere così affascinanti le opere di Vassalli.
Uscito postumo, a pochi mesi dalla morte dello scrittore, Io, Partenope è l’esempio di come il suo bisogno di interrogare la Storia sia sempre stato motivato ‘dalla ricerca dei nodi’ che stringono la cultura italiana. E dal disegnare così – in quell’arazzo più grande e complesso che è l’insieme della sua opera – una ‘geografia della storia e della vita dell’Italia,’
I suoi apparenti romanzi storici, più che descrivere o evocare un mondo, descriverne le passioni, le illusioni, dare voce ai vinti – che con la Storia non potranno mai fare i conti – sembrano essere le ricerche di un antropologo, che si rivolge al passato per comprendere i ‘nodi che a un certo punto si fanno cicatrici’ della storia italiana contemporanea di quel «Paese che è, nel bene o nel male, quello dove ci è toccato nascere e dove molti dovranno ancora vivere».[16]
Il suo interesse per le narrazioni storiche ha fatto pensare alle sue opere come a delle ricerche letterarie, che partono dai grandi romanzi storici di Manzoni, Nievo, Tommaseo, Verga, De Robertis, Bacchelli, Maria Bellonci. Si comprende, però, addentrandosi nella sua opera che Vassalli più che un scrittore di romanzi storici, è uno scrittore che rende giustizia alla Storia. Molti prima di lui hanno tradito il senso della storia, tradito gli uomini rendendoli quelli che non sono, come ha fatto Manzoni, «corre[ggendo] quel secolo [in cui ambientavano la storia] perché doveva[no] guardare»[17] alla loro contemporaneità. Come è accaduto a Federigo Borromeo, che le mani di Manzoni hanno idealizzato. Per questo Vittorio Emanuele III, che compare ne L’oro del mondo,[18] è rappresentato nell’atto di chiedersi se dopo l’armistizio gli abitanti del posto gli «manderanno [ancora] le uova».[19] E, che la pazzia o la schizofrenia del poeta Dino Campagna non sono altro che un modo «perché la madre [del poeta] non scappasse di casa».[20] Anche al Gian Lorenzo Bernini, presente ne Io, Partenope, viene restituita la sua valenza di uomo dal temperamento violento, le cui mani in un impeto di ira colpiscono e uccidono un altro pretendente in amore di Costanza Bonacossi, la donna che amava, ma che sanno anche rappresentare in un busto la quotidiana bellezza, o l’inquietudine mistica di Santa Teresa.
[1] S. Vassalli, Terre selvagge, Milano, Rizzoli,2014, pag.17.
[2] S. Vassalli, Io, Partenope, Miano, Rizzoli, 2015.
[3] S. Vassalli, Io, Partenope, op. cit., pag. 76.
[4] S. Vassalli, Io, Partenope, op. cit., pag. 41-42.
[5] S. Vassalli, Io, Partenope, pag. 281.
[6] S. Vassalli, Terre selvagge, pag.163.
[7] E. Rasy, La prima estati, Milano, Mondadori editore, 1985.
[8] J. Kristeva, Teresa, mon amour. Santa Teresa d’Avila: l’estasi come un romanzo, Roma, Donzelli editore, 2009.
[9] D. Maraini, Chiara d’Assisi. Elogio della disubbidienza, Milano, Rizzoli, 2013.
[10] C. Frugoni, Storia di Chiara e Francesco, Torino, Einaudi editore, 2011.
[11] S. Vassalli, Terre selvagge, pag.163.
[12] S. Vassalli, Terre selvagge, pag.163.
[13] S. Vassalli, Terre selvagge, op. cit., pag.17.
[14] S. Vassalli, Terre selvagge, op. cit., pag.295.
[15] S. Vassalli, La chimera, Milano, Rizzoli 2014,pag. 356.
[16] S. Vassalli, Io, Partenope, op. cit., pag.286.
[17] S. Vassalli, La chimera, op. cit., pag.360.
[18] S. Vassalli, L’oro del mondo, Novara, Interlinea edizioni, 2014.
[19] S. Vassalli, L’oro del mondo, op. cit.,pag.23.
[20] S. Vassalli, La notte della cometa, Torino, Einaudi editore, 2010, pag.262.

