A completamento della visita al Labirinto di Masone (e in realtà motivo della stessa) domenica ho percorso le sale della mostra dedicata ad Ugo Celada da Virgilio, pittore esimio che non conoscevo.

Siamo alle solite con altri autori della pittura italiana della prima metà del novecento. Grande maestria tecnica, grande sensibilità nel ritrarre sguardi e atmosfere, nessuna permeabilità a ciò che contemporaneamente avveniva in Europa e negli Stati Uniti.

Come molti altri pittori di quegli anni (Celada nacque nel 1895) (vedi l’articolo dedicato al Novecento italiano) il nostro frequenta Brera dove è anche lui allievo di Cesare Tallone, il quale evidentemente aveva le sue belle idee su quanto la pittura dovesse aprirsi (o chiudersi) alle influenze d’oltre alpi.

Fatto sta che da quella scuola emerse tutta una generazione di pittori di grande capacità tecnica (vedi tra le fotografie qui sotto la meravigliosa capigliatura di una giovane donna) che ancorarono il movimento artistico italiano più alla sua memoria ottecentesca e settecentesca (che a sua volta poggiava sulle meraviglie dei seicento) che ai nuovi linguaggi che man mano fiorivano altrove.

Eccezione fu, si sa, il Futurismo, ma quello anche a causa della prematura morte di Boccioni (vero genio italico) e delle mattane di Marinetti ebbe vita breve e fu subito riassorbito dal ritorno all’ordine che invase l’Europa dopo la prima guerra mondiale.

Tornando a Celada devo ammettere che pur nella completa mostra di Fontanellato non ho trovato un quadro che m’abbia fatto sobbalzare il cuore. L’unico è stato, come già dicevo, il ritratto di una giovane ragazza rossa di capelli, la cui capigliatura è stata ritratta con tale maestria e leggerezza da lasciare a bocca aperta. Questa mia reazione generale dipenderà forse dal mio essere, come dice mia moglie, particolarmente malmostoso in queste lunghe settimane di una estate che non si decide a finire pur essendo ormai, da giorni, in pieno autunno.

Nota di merito all’Ugo di Virgilio aver sottoscritto una lettera contro il movimento Novecento che gli valse la fama di contrario al fascismo (regime che, dopo la caduta in disgrazia della Sarfatti, condannò anch’esso quel movimento) e che gli costò un allontanamento dalla scena artistica nazionale dopo i fasti delle partecipazioni alla biennale veneziana. Visse, si legge, di lì in poi appartato realizzando montagne di ritratti per i ricchi dell’epoca (come il contemporaneo Sciltian o una decina d’anni dopo per Pietro Annigoni)

Concludo riportando qui il giudizio di Flavio Caroli, così come riportato a sua volta da wikipedia: “(…) Io non negherò che Celada cada talora in un verismo troppo meccanico e stereotipato. Ma quando penso alla misteriosa complessità del suo lunghissimo percorso; quando penso ai segreti baratti con la cultura degli anni Venti o Trenta, in un tempo in cui la pittura italiana fu importante per tutta l’Europa; quando penso che Celada supera in qualità tutti i suoi potenziali, valorizzatissimi emuli tedeschi e francesi; quando penso ai tesori di sapienza artistico-artigianale addentrata nei suoi fagiani o nei suoi peltri; quando penso agli squisiti rintocchi delle sue tende scarlatte sui guanciali bianchi come la neve; quando penso alla pulsazione dei triangoli pubici, e al desiderio che sanno ancora comunicarci; quando penso tutto questo, capisco che Celada come De Chirico diceva di Morandi – “esegue la pittura dei buoni artigiani d’Europa”. Quando penso tutto questo, concludo che il nostro artista merita di essere studiato e apprezzato come si fa di tanti grandi e piccoli maestri del passato. (..)

In conclusione, la mostra merita il viaggio? Se si è fortemente interessati alla pittura italiana novecentesca sì. Se no, si può anche saltare.