Inaugurazione l’altra sera al Pirelli Hangar Bicocca della prima retrospettiva di James Lee Byars presentata in Italia dalla scomparsa dell’artista. La mostra rimarrà aperta fino al 18/02/2024.
Nato a Detroit nel 1932 e morto al Cairo nel 1997, leggo che Byars ha iniziato la propria attività artistica organizzando una mostra a casa propria, che fu liberata da tutti i mobili e suppellettili e arredata con una sedia posta al centro della sala su cui stette seduto immobile per sottolineare la presenza dello spazio.
Quegli erano gli anni in cui anche dall’altra sponda dell’oceano Klein invitava a riflettere sullo spazio e su vuoto.
Byars ha poi continuato da un lato concettualizzando sempre di più la propria azione e dall’altro esprimendosi attraverso performance di chiaro impianto teatrale No.
Nelle opere qui esposte l’uso esteso dell’oro e delle pure forme geometriche espresse in marmo bianco o sfere di vetro richiamano atmosfere mistiche, in parte svilite dall’eccessivo accostamento. Cogliere l’afflato esoterico tra mille persone che curiosano e avendo a pochi metri di distanza l’una dall’altra opere a tratti di impostazione diversa non è facile.
Ma la domanda che più urge è questa: che mondo vedevano questi artisti negli anni cinquanta e sessanta per giungere ad esprimersi in questa maniera?
La commercializzazione di ogni cosa e l’invadenza della società di massa sono le responsabili di questa fuga nell’oro, incenso e mirra? Già Kandinskij titolando nel 1910 il suo primo libro Lo spirituale nell’arte ammoniva della necessità di riscoprire lo spirito in contrapposizione alla materia e questo è un monito che spesso gli artisti ripetono e hanno ripetuto.
Ma qui la domanda è più precisa e specifica: perché così? perché con grandi installazioni o sculture fatte con materiali nobili e preziosi, quasi a rivendicare una supremazia del fare artistico (oro, marmo, diamanti sono prerogative regali) su ogni altra espressione umana.
Fatto sta che da allora l’arte è come se si fosse bi-partita: mentre l’arte internazionale continua a proporre installazioni e sculture dal significato non immediato, l’arte delle gallerie è tornata prepotentemente al figurativo e in generale ad un arte più facilmente comprensibile.
E quando dico che le installazioni oggi proposte nelle grandi rassegne internazionali (Venezia in primis) sono dal significato non immediato non intendo che esse sviluppino un linguaggio ancora poco noto e praticato e quindi di difficile lettura, quanto che essendo ciascuna frutto di un progetto specifico a carattere più o meno monumentale ognuna ha un proprio linguaggio specifico che andrebbe studiato in quanto tale per poterlo cogliere appieno.
Anche in questa mostra le tende contrapposte in rosso e nero che ospitano due sedie di differenti epoche e stili (le sole opere che mi hanno detto qualcosa) hanno poco o punto a che fare con l’enorme cascata d’oro che straborda sul terreno e ospita su un piedistallo una grossa palla di corda (anch’essa dipinta d’oro). La ricerca di un terreno comune sfocia in un superficiale apprezzamento dell’afflato religioso dell’artista.
In sintesi: poche emozioni e rinnovato stupore di fronte ad opere dal costo di realizzazione non banale. A voi un altro giudizio tramite queste poche foto raccolte.






















