All’amica di Facebook Nazarena Bernardi rubo, col suo permesso, questa analisi.
“Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.” (Alberto Sughi)
Il 5 ottobre 1928 nasceva a Cesena il pittore Alberto Sughi, maestro del realismo esistenziale, uno degli indiscussi protagonisti della pittura italiana nella seconda metà del Novecento, apprezzato per la sua impietosa indagine sulla condizione umana, similmente a Edward Hopper, segnata da solitudine e disincanto: interni di bar e cinema, salotti dove si celebrano certi riti sociali, stanze in cui si srotola la vita familiare o ci si rifugia per i rapporti d’amore. Sughi era solito immergersi in volti femminili che esprimono un fascino perenne, e nel rigoglio delle forme e dei colori della natura, che rivela i “momenti di essere” della gente, secondo un’ espressione cara a Virginia Woolf. PROF. DEB










PS: vedendo queste riproduzioni a dispetto dell’incipit di questo post sembra che Alberto Sughi una propria strada non l’abbia mai compiutamente trovata, sballottato tra reminiscenze a cavallo tra Guttuso e Boldrini. Nell’impianto del primo quadro qui riprodotto si può cogliere anche un qualche omaggio a Bacon. Con Sughi torma l’antico quesito: illustrazione e pittura sono sorelle?
