Da Claudio Cherin riceviamo una nuova recensione. Si tratta del film Jeanne du Barry di Maïwenn.


La storia della favorita del Re Luigi XV è una di quelle storie che merita di essere raccontata. Lo fa bene in Jeanne du Barry la regista francese Maïwenn, che qui è anche attrice, al suo sesto lungometraggio, e sceglie di portare la du Barry personalmente sullo schermo, firmando una storia insieme drammatica, romantica e di emancipazione femminile.

Al centro c’è Jeanne, cortigiana di umili origini, che utilizza le armi della seduzione per la sua scalata sociale. Arriva fino al letto del re e da quel momento la sua vita non è più la stessa. Non solo perché conosce il lusso e l’agiatezza della vita privilegiata di corte, in cui tutto è permesso, ma perché si innamora, giorno per giorno, di un uomo dolce e autoironico che la ricambia, il re Luigi XV (Johnny Deep).

Un re stanco della vita di corte, stanco dei pettegolezzi, stanco delle tre figlie e dal cuore spezzato quando una delle sue figlie che vuole entrare (e lo fa) in convento.

Nonostante ciò il re riesce a percepire ancora quel sentimento effimero e mutevole che è l’amore.
Quello che doveva essere un divertimento di una notte, diventa una storia d’amore.

E una storia di riscatto, ma anche l’interessante parabola di una outsider che può contare solo sulla propria forza e intraprendenza e sulla propria intelligenza. Sola contro tutti sin da ragazza, perché giudicata troppo libera e di ‘facili costumi’, Jean si ritroverà sola e altrettanto invidiata a corte, mentre i giudizi si amplificheranno su di lei fino a bollarla come ‘peccato capitale vivente’.

La ragazza prosegue la sua vita trasgredendo le rigide regole dell’etichetta di corte, bacia addirittura il re davanti a tutti, si veste da uomo, rifiuta di indossare la parrucca, è decisa a istruirsi e a crescere Zamor, bambino nero di cui il re le fa dono.

E mostra nei suoi confronti tenerezza, anche se Zamor sarà colui, che una volta cresciuto, durante la Rivoluzione, farà imprigionare la vecchia padrona e la farà salire su patibolo.

Maiwen firma un’interpretazione interessante, con una regia elegante che sa farsi maestosa, e insiste nel ritrarre una donna moderna e profondamente libera di essere e amare chiunque voglia.

È un sovrano molto umano, quello a cui dà vita Johnny Depp in Jeanne du Barry, in un ruolo che segna il suo ritorno sul grande schermo dopo qualche anno. Il suo personaggio, divertito dall’irriverenza di Jeanne, la sceglie come favorita perché rappresenta una fuga vivente dalle rigide quanto buffe routine di corte.

Quanto a Depp, si vede che si diverte a sua volta a interpretare un re stanco e si presta a mostrarsi un po’ in tutti i modi: con la parrucca tradizionale e con i capelli arruffati, con il volto colmo di tenerezza e, verso il finale, ricoperto di pustole (il re Luigi XV ebbe la sfortuna di morire di vaiolo).

Non è la performance della sua vita, eppure dà prova di una ritrovata lucidità, lontana dalla nebulosa espressiva degli ultimi anni e anche dalle smorfie forzate e macchiettistiche che pure hanno fatto la gloria di Capitan Sparrow.

Alla Maiwen il merito e il coraggio nell’averlo scelto come protagonista maschile e in generale nell’essersi cimentata in un’opera del genere, firmando un film in costume sul binomio tra piacere e libertà, autonomia di pensiero e ribellione allo status quo, per nulla datato, ma anzi moderno senza essere anacronistico. In poche parole, senza tempo.