Riceviamo da Claudio Cherin la recensione del film The Quiet Girl di Colm Bairéad.
Colm Bairéad con The Quiet Girl ha realizzato un film fatto di sottrazione, di voci, di sguardi mancati. Per Cáit, la protagonista della storia, non ci sono né sguardi, né parole, solo rimproveri. O commenti, volti a mortificare la ragazzina. Lo sguardo di Cáit è sempre lo sguardo basso di chi evita gli altri perché sa di non meritarsi altro. Cáit è e rimane una piccola piega, un buco dal muro della quale non si sa molto. E non si conosce molto.
Ma andiamo con ordine. Voci dalla fattoria fatiscente e dai dintorni chiamano Cáit (Catherine Clinch). È il crepuscolo, quando la ragazzina, nascosta in mezzo all’erba alta, decide di tornare a casa, corre per i prati dando le spalle alla telecamera. Una volta a casa, evita chiunque e si nasconde sotto il letto, così inizia il film.
Anche a scuola le cose non sembrano migliori: la ragazzina è isolata, sta al suo posto anche durante la ricreazione. Nessuno le rivolge la parola. Non ha la merenda. Forse ha sete, quando prende il thermos del compagno di banco e si versa un po’ di latte, per poi versarselo addosso, quando due ragazzini la urtano. E quando va in bagno, gli sguardi sono ruvidi e i commenti affilati contro di lei. La maestra e le compagne, ma anche le stesse sorelle, la detestano. Non la sopportano.
Sembra che Cáit sia un peso per il mondo, per se stessa. E con questo convive.
Anche suo padre, quando la porta con sé, non ha molto da dirle. La scena in cui lui sta seduto al banco e beve l’ennesima birra, la dice lunga sulla solitudine, in cui è costretta a vivere la ragazzina. Quando il padre dà un passaggio ad una donna, forse una delle sue amanti, e non si fa scrupolo di definire la figlia, sul sedile posteriore, ‘la vagabonda’. Con brevi dialoghi, si capisce, poi, che il padre è un donnaiolo.
La madre non sembra essere meglio: ha tre figlie adolescenti a cui badare, un bambino più piccolo e un altro in arrivo.
Il postino, un giorno, porta una lettera: Cáit andrà da dei lontani cugini della madre per un po’. Starà lì finché la madre non avrà partorito. Dopo ore di viaggio, una donna le apre la portiera e ha parole gentili per lei.
Il marito della donna e il padre, durante il pranzo, la ignorano. Le domande di cortesia della donna sono eluse dal padre, che si sbriga a finire di mangiare e a ripartire, scordandosi anche di lasciare la valigia con i vestiti di Cáit.
La donna si prende cura di lei: le fa un bagno, lava i suoi vestiti, le dà qualcosa per la notte.
Al risveglio, la ragazzina si accorge di aver bagnato il letto, cosa che le accade spesso anche a casa. Mortificata, pensa subito a come giustificarsi.
La ragazzina si abitua, ben presto, alla vita nella nuova casa e scopre un pozzo da cui attingono l’acqua, che, secondo la donna, ha proprietà curative. E magiche (del resto l’Irlanda è la patria di folletti e di leggende).
Qui Cáit scopre cosa sia la serenità. E vede come le persone possano prendersi cura l’une dell’altra.
Per la prima volta domanda e non assiste impassibile e mortificata a quanto le viene detto. E si incuriosisce.
Vengono fuori gli spettri di questi lontani cugini della madre: il figlio morto in modo misterioso, l’abuso di alcolismo da parte della donna. Ma anche la sua volontà, come le spiega il marito, di vedere negli altri sempre la bontà. A questo punto, si capisce che la freddezza dell’uomo non è dovuta a pregiudizi, ma dalla paura di affezionarsi. Dalla paura di sostituire il figlio morto, di cui non parla, con quella ragazzina.
Un giorno, alla fine dell’estate arriva una lettera: Cáit deve ritornare a casa.
Il giorno della sua partenza Cáit va a prendere l’acqua nel pozzo, perché è finita. E finisce per cadere nell’acqua. Dal quale riemerge (anche se non lo si vede) con una certa fatica.
A malincuore i due, consapevoli che non è il posto per lei, la riportano in famiglia.
La madre chiede cose sulla figlia. Il padre e le sorelle mostrano una chiara ostilità.
Quando i due coniugi se ne vanno, Cáit corre dietro alla macchina e, finalmente, si lascia traportare dall’emozione, abbraccia il cugino di sua madre e gli sussurra la parola ‘papà’, mentre nello specchietto si vede il padre che se la viene a riprendere.
Si diceva che è un film di sottrazione: non si sa che cosa abbia fatto Cáit per non essere amata. Cosa abbia fatto o visto per attirarsi sempre i rimproveri del padre. Così come non si sa cosa accadrà dopo. La mimica facciale, ma anche il modo in cui si muove il padre non fa presagire niente di buono. Eppure, si capisce che l’intento del regista non è quello di raccontare questo. Semmai la solitudine e la sconsolata insicurezza di questa bambina che la famiglia e il mondo non comprendono.
Il nodo del film è il lento aprirsi alla vita, alle relazioni e a un piccolo scampolo di felicità di una ragazzina, cresciuta nel silenzio e nell’introspezione per contrastare l’apatia e la noncuranza di genitori e sorelle. Questo suo disagio interiore, celato a parole, si manifesta visivamente attraverso le macchie di urina che si presentano ogni mattina sul suo letto.
Girato in lingua irlandese, Colm Bairéad accarezza scenari ricchi di sole, erba, colori e acqua limpidi. Con l’intento di rappresentare l’anima di Cáit. Un panorama che si fa, ad un tratto, più luminoso e splendido perché, per la prima volta, la ragazzina non ha più paura nel provare sentimenti. E per questo si apre al mondo
The Quiet Girl descrive una commozione quieta. Tutto il film ha un passo controllato e sembra prevedere personaggi scossi, che la vita ha reso molto più attenti ed emotivi, guardinghi e bisognosi di affetto. C’è un’atmosfera ipersensibile, che si tratteggia con i piccoli movimenti e le piccole sensazioni di ognuno. In qualsiasi altra produzione tutto ciò sarebbe risultato stucchevole e melenso, ma la forza di The Quiet Girl è proprio nel trovare una maniera per coinvolgere lo spettatore nel decifrare una bambina ammutolita e spaventata da tutto, che non conosce altro se non l’amarezza dei genitori (e di una famiglia) incattiviti dalla povertà.
Colm Bairéad, che ha anche scritto questo film (adattando la storia breve di Claire Keegan), ha tirato fuori da Catherine Clinch, alla sua prima prova come attrice, una prestazione così densa di sfumature e piccoli passaggi.
Gli adulti sono Carrie Crowley e Andrew Bennett, la prima l’incarnazione del desiderio muto di maternità, e il secondo un tipo di uomo che raramente si vede al cinema, una persona indurita, silenziosa e distante che non è burbera, anzi è molto dolce, ma vittima di traumi passati.
The Quiet Girl è stato presentato a Generation, la sezione per ragazzi dell’ultima Berlinale (che ha vinto) ha aperto il Dublin Film Festival e ha ottenere la nomination all’Oscar come miglior film internazionale, nonostante si sia trovato a competere con Niente di nuovo sul fronte occidentale di Edward Berger.
