Da Patrizia Burgatto, che ci aveva già segnalato il libro, riceviamo queste note.
Eugenio Borgna…psichiatra, psicologo ma soprattutto, mi verrebbe da definire, un parlatore silenzioso.
L’empatia come parola non detta, ma percepita. La parola come incontro profondo e diretto, la parola che avanza e penetra con coraggio e mitezza nei meandri più cupi dei mali dell’anima folle senza appoggi interni e incompresa.
Parola come piattaforma per costruire e lanciare non solo speranza ai malati gravi, ma progettare e sperimentare possibili cure agli “incurabili”.
Nell’antica cura per varie patologie la parola (spesso frasi fatte senza senso) era considerata solo un salvaguardare l’apparenza in un‘accoglienza senza nessun valore, né terapeutico, né, direi, “umano” perché l’uomo non c’era. Di fronte si vedeva solo una figura irraggiungibile e irrimediabilmente persa.
Le emozioni negli sguardi, i dolori, lo strazio dell’altro non venivano percepiti.
L’empatia di chi doveva prendersi cura era solo un aspetto autoreferenziale.
Borgna racconta svariati episodi di isolamento e morte della mente.
Tuttavia l’autore nei suoi saggi non si sofferma solo sulla sofferenza psichica, ma anche sulla sofferenza generazionale di un oggi che rimane in totale silenzio sia dentro sia fuori da sé.
Non tutti ovviamente sono “muti e sordi”, ma in questo tempo gran parte dell’umanità “occidentale” non considera la parola, anche quella interiore, che passa comunque se è piena di verità empatica, come strumento assoluto e direi unico per creare ponti profondissimi e riflessioni costanti su di sé e sull’altro.
Chi sta male o chi è chiuso nei suoi bui e mostra all’esterno solo una maschera consolatoria rifiuta di esporsi, rifiuta di vedere nel proprio disagio una via d’uscita, per cui si “abitua” a un modo di essere profondamente surrogato. Giusto difendersi dice Borgna. Ma prima o poi i sintomi del non vivere “sufficientemente bene“ arrivano in svariate forme.
Chi ascolta dovrebbe mettersi a nudo e mostrare se stesso il più possibile a chi ha bisogno di ascolto profondo, attraverso le proprie fragilità ed emozioni ( il ponte) di modo che l’altro senta che anche lui può essere cura per te. “Incontrarsi”
Non esiste per alcuni aspetti “malato o sano“: ci sono situazioni, certamente non gravi, che si possono alleviare e nutrire con l’ascolto o con la parola, quella adeguata e gentile ( l’istinto nella parola spesso è dannoso) che abbraccia con umiltà e rispetto. Stiamo diventando muti nei confronti di una anima che chiede attenzioni e amore.
L’altro, con cui un tempo, su un treno qualsiasi parlavi della tua vita è diventato trasparente, ci sbatti contro, ma non lo vedi. Borgna dice, riferendosi a Nietzsche, sulla gioia e felicità che: <<La differenza tra “gioia e felicità “è che la gioia è un attimo che produce uno stupore infinito mettendoti a contatto con memorie profondissime primordiali che sfuggono il presente, ma sono indelebili (anche uno sguardo o una parola possono procurare gioia fattiva), mentre la felicità va cercata tenuta stretta… mi verrebbe da dire : creiamo gioia anche e soprattutto nella sofferenza stupendoci di un pianto senza piangere, abbracciamo il dolore sia proprio che dell’altro sia piccolo piccolo che grande grande … cerchiamo negli sguardi di chi ha bisogno, quelle parole mute, che soffocano nella paura del giudizio e nella in-differenza>>
Chissà forse la felicità parte da qui.
Patrizia Burgatto
….poi quel blu tra i vetri ingialliti dal tempo e dal fumo
nascondono ombre rilassate e feroci
occhi albume
bocche spalancate
mute
Dalla presentazione dell’editore:
Le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta; ponti invisibili verso destini comuni. Nella nostra quotidianità siamo continuamente chiamati ad ascoltare le speranze e le angosce degli altri. Ma come possiamo trovare le parole giuste per rispondere; le parole che salvano e creano relazioni vere? Eugenio Borgna in queste pagine ci indica una via da seguire per entrare realmente in contatto con gli altri. Per fare in modo che le loro parole non cadano nel vuoto e che le nostre servano davvero; mettendo in gioco nel dialogo tutte le emozioni di cui siamo capaci. Perché comunicare non significa rispondere a una mail o a un messaggio, ma condividere la nostra intimità con quella di altri. Solo in questo modo la comunicazione non resterà un gesto tra tanti, ma diventerà un gesto di cura. Un gesto che mai come oggi è tanto necessario e urgente fare.

