Lorenza Rappoldi ci segnala J. Hobhouse, Le furie.

Lorenza ci scrive: “Carissimi lettori, oggi vorrei segnalarvi un libro bellissimo. Mi aveva già colpita tredici anni fa (edizione BUR). Poi, lo scorso anno, l’ho ritrovato in libreria, ma non ricordavo di averlo già letto
(non so se capita anche a voi….). Colpita anche dalla copertina, che trovo perfetta, l’ho riletto. Al centro del romanzo, intimamente autobiografico, c’è un particolare, intenso ed indimenticabile rapporto con la madre. E questa lettura, dopo essere appunto passati un po’ di anni, mi ha trovata più matura per capire questo rapporto con la propria madre: mi sono trovata
coinvolta come mai mi era capitato leggendo un libro, ho rivissuto il rapporto con la mia mamma, con grandissima emozione.


Le fotografie non sono ricordi…
Per molto tempo io e mia madre abbiamo condotto una vita così solitaria, economicamente precaria e forzatamente cittadina, così separata da qualsiasi cosa assomigliasse a una famiglia o alla stabilità, siamo state così totalmente dipendenti l’una dall’altra per la creazione del nostro universo affettivo, che l’esistenza dei nostri antenati, documentata da centinaia di fotografie – marroni come le foglie e piene di orecchie, ma vivide, stilizzate, elaborate e soprattutto teatrali – anche oggi mi appare come una favola, non soltanto in rapporto con ciò che allora trovavo realistico, ma anche nei termini in cui era immortalata. (Prologo)

Dalla presentazione dell’editore:

«Questo è un libro duro, crudele e bellissimo, il memoriale di un’autentica eroina, la cui lotta contro le calamità che l’assediavano – a cominciare dalle ferite inflitte da un padre gelido e distante e da una madre pateticamente incapace, per finire con il dolore di un matrimonio andato a rotoli, il suicidio della madre e la fatale malattia dell’autrice – fu sostenuta con enorme intelligenza e forza d’animo, e persino con grande stile» (dall’introduzione di Philip Roth).
Pubblicato postumo, Le furie ripercorre una vita vissuta con indomito furore fino alla tragica e prematura morte dell’autrice. Nata e cresciuta in una famiglia di «sirene», in cui ogni membro di sesso femminile sembra essere spuntato per partenogenesi, e in cui gli uomini sono relegati a «semplici, precarie comparse», la protagonista conduce un’esistenza imperniata sul rapporto conflittuale con una madre giovane, bellissima, fragile e amorevole, eppure al contempo malevola, instabile ed egoista.
A questo legame indissolubile e tormentato si aggiungono via via altri affetti: quello per la bisnonna Mirabel, detta Angel, la grande nutrice, colei che districava e risolveva ogni problema e che aveva dato il via al matriarcato della famiglia; l’affetto per Emma, la nonna bohémienne, la ribelle fuggita di casa con il suo professore di arte; per la prozia Shrimp, vissuta nel disprezzo di sé e trincerata dietro un’ostinata solitudine e, infine, per la zia Constance, donna dalla bellezza inconsueta, da tutti conosciuta come «la piú bella ragazza di New York».
Al tempo stesso angeli e gorgoni, le donne protagoniste di queste furibonde pagine si rivelano nella duplice natura di creature dolcissime e crudeli, benevole e sprezzanti: delle vere e proprie furie.
Ultimo testamento di Janet Hobhouse, meravigliosamente scritto e ferocemente onesto, Le furie è una potente confessione sulla follia dell’amore e sul vertiginoso caos dell’esistenza.