Da Sandro Frera riceviamo I.D.Yalom, Le lacrime di Nietzche, Neri Pozza (trad. M. Biondi).

“…Io lamento la complessità della doppia vita, della vita segreta. Eppure la custodisco come un tesoro. La vita borghese di facciata è mortale, è troppo visibile, se ne vede troppo chiaramente la fine, e tutti gli atti che via via portano a questa fine. Sembra folle, lo so, ma la doppia vita è una vita in più. Offre la promessa di un prolungamento della vita stessa. ….” (pag. 332)

E ancora:

“Io, Josef, non insegno che bisogna ‘sopportare‘ la morte o ‘venire a patti’ con essa. E’ così che si tradisce la vita. Ecco dunque la lezione che vi impartisco: muori al momento giusto! … Vivendo quando vivete! La morte perde ogni connotazione di terrore se si muore dopo aver consumato la vita! Se non si vive al momento giusto, non si può nemmeno morire al momento giusto. …..Tuttavia, Josef, voi sfuggite alla mia domanda. La vostra vita l’avete vissuta? O ne siete stato vissuto? L’avete scelta? O ne siete stato scelto? L’avete amata? O vi è dispiaciuta? Ecco cosa intendo dire quando vi chiedo se avete consumato la vostra vita. …”

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Dalla presentazione dell’editore:

È un giorno di ottobre del 1882 e Josef Breuer, quarantenne geniale psichiatra, medico personale a Vienna di artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano, è al Caffè Sorrento in compagnia di una giovane donna che non conosce, ma che ha avuto l’impudenza di convocarlo nel rinomato caffè veneziano per una ««questione di estrema urgenza» in cui ne andrebbe addirittura del «futuro della filosofia tedesca».
La donna si chiama Lou Salomé ed è di inusuale bellezza: fronte poderosa, mento forte, scolpito, luminosi occhi azzurri, labbra piene e sensuali, capelli biondo argento indolentemente raccolti in una crocchia che le lascia scoperte le orecchie e il lungo collo aggraziato.
Nonostante la temperatura pungente del mattino, si è tolta il manto di pelliccia e, guardandolo direttamente negli occhi, con voce ferma gli ha detto di temere per la vita di un suo caro amico: Friedrich Nietzsche, il pensatore tedesco che, secondo Richard Wagner, ha «regalato al mondo un’opera senza pari». Poi, posando leggermente la mano guantata sulla sua, ha aggiunto che il filosofo è in preda a una profonda prostrazione. Uno stato che si manifesta con una moltitudine impressionante di sintomi: emicrania, parziale cecità, nausea, insonnia, febbri, anoressia, e che lo porta ad assumere pericolose dosi di morfina…
Così, attraverso la voce della musa della Vienna fin de siècle, Josef Breuer, stimato medico ebreo, futuro padre della psicanalisi, uomo dal comportamento ineccepibile e, tuttavia,oppresso anche dai legami e dalle convenzioni della vita borghese e matrimoniale e profondamente turbato dalla bella Bertha, sua paziente da due anni, apprende della disperazione estrema di colui che diverrà il suo piú illustre paziente. Breuer, infatti, sottoporrà il filosofo alle sue cure, basate sulla convinzione che la guarigione del corpo passi attraverso quella dell’anima. E tra lui e Nietzsche, nel corso di numerose sedute, si instaurerà un dialogo serrato e coinvolgente durante il quale Breuer cercherà invano di arrivare alle radici del male oscuro del filosofo e di indurlo ad aprirgli il cuore. Soltanto alla fine, avrà l’idea risolutiva: vestiti i panni del paziente e confessando tormenti, pene e preoccupazioni a Nietzsche, riuscirà a infrangerne l’impenetrabile isolamento e a provocare in lui una liberatoria catarsi emotiva.

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Devo la lettura di questo libro al mio amico Pitti. Avevo già letto la cura Shopenhauer (che mi era piacciucchiato) e avrei poi letto Il problema Spinoza (che è noioso se non per la parte di ricostruzione della ascesa nazista), ma questo di Nietzsche è decisamente il più bello e coinvolgente.

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