Da Alessandro Litta Modignani riceviamo:

Albert Camus, Caligola, Bompiani

CALIGOLA (prorompe; gli si scaglia contro, lo scuote, lo scrolla) – “La solitudine…! La conosci, tu, la solitudine…? Quella dei poeti e degli impotenti. La solitudine…! Ma quale? Lo sai tu che, soli, non si è mai? E che ci accompagna sempre e dappertutto lo stesso peso di avvenire e di passato? Quelli che abbiamo ucciso sono con noi. E fosse solo per loro, sarebbe ancora facile. Ma quelli che uno ha amato; quelli che non ha amato e che l’hanno amato, i rimpianti, il desiderio, l’amarezza, la dolcezza, le puttane e la cricca degli Dei…!
(Si stacca da lui e indietreggia verso il suo posto di prima). Solo! Ah, se almeno invece di questa solitudine avvelenata di presenze, che è la mia, potessi godere quella vera, il silenzio e il tremolare di un albero.

(Vinto da un’improvvisa stanchezza, siede). La solitudine…! Ma no, Scipione. E’ popolata da stridor di denti e tutta ripercossa d’echi, rumori, strepiti perduti. E accanto alle femmine che accarezzo, quando la notte si rinchiude su di noi e io credo, staccato dalla mia carne ormai satura, di cogliere un poco di me stesso, fra la vita e la morte, la mia solitudine totale si sazia dell’acre fortore del piacere alle ascelle della femmina che ancora sprofonda al mio fianco”.

 

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Dalla presentazione dell’editore:

Considerata a pieno titolo opera integrante della trilogia dell’assurdo insieme con Lo straniero e Il mito di Sisifo, Caligola rappresenta, attraverso le crudeltà di questo folle imperatore, dietro a cui tutti gli intellettuali dell’epoca riconobbero Hitler, la lotta tra la presa di coscienza da parte dell’individuo e l’incapacità di ribellarsi al tiranno di una classe politica e intellettuale che ha perso la propria identità culturale. Camus dedicò alla stesura di quest’opera teatrale quasi vent’anni, rielaborandola diverse volte, tanto che le tre stesure definitive presentano differenze significative l’una dall’altra. In questa, del 1941, la follia di Caligola e la tirannia feroce che ne consegue sono alimentate dal dolore per la morte di Drusilla, sua sorella e amante. L’imperatore, incapace di accettare la dolorosa realtà, decide di sfogare il proprio patimento in una violenza disumana, ma il suo delirio di onnipotenza e la sua forza distruttiva lo porteranno ad annientare anche se stesso.

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