Riscopro tra i vecchi libri di casa questa raccolta di racconti in gran parte autobiografici di Primo Levi.

Tra i ventun capitoli corrispondenti a ventun elementi chimici quello che più mi ha colpito è stato Vanadio, la storia di una disputa commerciale tra l’azienda torinese del protagonista e la IG-Farben, azienda chimica largamente coinvolta con il regima nazista. La disputa permette a Levi di tornare in contatto con tale Muller che gli era stato responsabile nei campi. E già perché la professione almeno fino ad un certo punto ha protetto Levi: i nazisti avevano bisogno di chimici. Lo scambio epistolare tra i due e le riflessioni di Levi sono memorabili.

Riporto alcuni brani.

Alla mia domanda sulla IG-Farben (Muller) rispondeva recisamente che , sì, aveva assunto prigionieri, ma solo per proteggerli: addirittura, formulava la (pazzesca!) opinione che l’intera fabbrica di Buna.Monowotz, otto chilometri quadrati di impianti ciclopici, fosse stata costruita con l’intento di <<proteggere gli ebrei e contrinuire a farli sopravvivere>>, e che l’ordine di non aver compassione per loro fosse <<eine Tarnung>>, un mascheramento.

Durante il suo breve soggiorno ad Auschwitz, lui (Muller) <<non era mai venuto a conoscenza di alcun elemento che sembrasse inteso all’uccisione degli ebrei>>. Parassolare, offensivo, ma non da escludersi: a quel tempo, presso la maggioranza silenziosa tedesca, era tecnica comune cercare si sapere quanto meno cose fosse possibile, e perciç non porre domande. Anche lui, evidentemente, non aveva domandato spiegazioni a nessuno, neppure a se stesso, benché le fiamme del crematorio, nei giorni chiari, fossero visibili dalla fabbrica di Buna.”

“(Muller) Non era un ignavo, né un sordo né un cinico, non si era adattato, faceva i conti col passato e i conti non gli tornavano bene: cercava di farli tornare, magari barando un poco. Si poteva chiedere molto di più a un ex-SA? Il confronto, che tante volte avevo avuto occasione di fare con altri onesti tedeschi incontrati in spiaggia o in fabbrica, era tutto a suo favore: la sua condanna del nazismo era timida e perifrastica, ma non aveva certo giustificazioni. Cercava un colloquio: aveva una coscienza, e si arrabattava per mantenerla quieta. Nella prima lettera aveva parlato di <<superamento del passato>>, <<Bewaltigung der Vergangenheit>: ho poi saputo che questo è uno stereotipo, un eufemismo della Germania d’oggi, dove è universalmente inteso come <<redenzione dal nazismo>>; ma la radice <<walt>> che vi è contenuta compare anche in parole che dicono <<dominio>>, <<violenza>> e <<strupro>>, e credo che traducendo l’espressione con <<distorsione del passato>>, o <<violenza fatta al passato>> non si andrebbe molto lontano dal suo senso profondo.”

Questo esempio credo chiarisca bene il genere di libro che è il Sistema Periodico. Da leggere o rileggere? Sicuramente sì, anche perché al contrario tedesco il nostro Bewaltigung der Vergangenheit è stato molto più modesto e leggere e rileggere le memorie di un Uomo non può che fare bene a capire meglio quel che stiamo vivendo.

Dalla presentazione dell’editore:

Sono ventuno gli elementi chimici che danno il titolo ai racconti di questo libro, e ventuno i capitoli di un autobiografia che per affinità e accostamenti corre sul filo di una storia personale e collettiva, affondando le radici nell’oscura qualità della materia, raccontando le storie di un mestiere “che è poi un caso particolare, una versione più strenua del mestiere di vivere”.