Da Claudio Cherin riceviamo la recensione del film di animazione tratto da uno dei più famosi romanzi di Amelie Nothomb, Metafisica dei tubi.
Per i primi anni della sua vita, Amélie − protagonista del film d’animazione La piccola Amélie, diretto da Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang − non parla: osserva, sta immobile e silenziosa. Chiusa nel suo mondo.
I genitori aspettano la sua prima parola. Quegli anni, racconta la voce della protagonista, erano anni in cui non lei, la piccola Amélie, aveva coscienza di sé. Poi un giorno, all’età di tre anni, la bambina, grazie all’incontro con la nonna e il cioccolato bianco, riesce a dire la sua prima parola ‘aspirapolvere’, con la meraviglia di tutti coloro che sono intorno a lei.
Grande importanza avrà per Amélie Nishio-san, la donna che si prende cura di lei. Grazie a lei il cibo, l’acqua, la natura, le parole diventano strumenti di conoscenza e di piacere. Da quel momento in poi la bambina inizia a scoprire e a vivere il mondo come un’esperienza assoluta. Come in una specie di continuo panismo.
Amélie è alla continua ricerca di un colore, di un sorso di luce, di un colore. Ma anche di piante, dei fiori e del sussurro dell’erba. Inizia a osservare il mondo, ascolta la pioggia, mangia. La sua infanzia diventa un momento importante per approfondire ogni sensazione.
Ambientato in Giappone, negli anni Sessanta, dove il padre della protagonista si è trasferito per lavoro (è l’ambasciatore belga nella terra del Sol Levante), il film racconta anche la diffidenza di alcuni giapponesi per gli occidentali, questo perché la ferita della Seconda guerra mondiale è ancora aperta.
Il film non racconta, ma evoca: ciò che vede Amélie, ciò che assapora per la prima volta, il suono della pioggia. Ma a un certo punto, intorno ai tre anni, qualcosa si spezza. Un evento traumatico, trattato con grande delicatezza, segna la fine di un’epoca e l’ingresso in una consapevolezza nuova: crescere significa anche perdere.
La piccola Amélie non tratteggia l’infanzia come un tempo ingenuo, ma come momento di conoscenza verso il mondo, in cui ogni esperienza è assoluta. Per rendere ciò Vallade e Han Jin Kuang usano colori saturi, linee morbide, una messa in scena che alterna realismo e astrazione, perché il mondo è filtrato dalla percezione emotiva della protagonista.
Gli autori mescolano lo stile grafico artigianale e modelli 3d. Ciò che ne viene fuori un film d’animazione che si avvicina ad Arrietty di Yonebayashi e alla Rapunzel della Disney (specie nella delicata sequenza in cui le persone del luogo posano le lanterne di carta sul fiume).
Altro l’elemento interessante è il fatto che in più di un’occasione gli autori si avvicinano anche alla pittura di fine ‘800. Non citando direttamente, ma riportando nella ‘pellicola’ suggestioni e venature.
La piccola Amélie si rivolge ad un pubblico ampio, ma non semplifica né edulcora. È un film che parla agli adulti quanto ai bambini, e forse di più ai primi, chiamati a ricordare cosa significhi sentire tutto con intensità estrema. In questo senso, l’animazione diventa uno strumento perfetto per dare forma all’invisibile: pensieri, sensazioni, paure che il cinema dal vero faticherebbe a rendere.
Tratto dal romanzo bestseller Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb (pubblicato dalla casa editrice Voland), il film traduce in immagini una delle opere autobiografiche più riuscite della scrittrice belga. Più che adattamento letterale, si tratta di una trasposizione sensibile, che conserva lo l’ironia dell’autrice.
Presentato nei festival internazionali il film si inserisce in quella tradizione europea di animazione d’autore e dà forma ad un racconto intimo e universale.
