Spettacolo teatrale classico recitato molto bene da tutti con un eccezionale Maurizio Marchetti (dottor Knox).
E’ in scena fino a domenica 25 gennaio al Menotti di Milano e se si può varrebbe la pena di andare a vederlo, non tanto per la storia in sé (dopo i numerosi film sulla vita di Alan Turing è scontato che più o meno la gran parte di noi ne sappiano l’essenziale e sappiano quanta parte del nostro attuale livello di vita possa essere attribuito a quest’uomo), quanto, come dicevo per una compagnia di attori tutti di grande bravura professionale.
Alan Turing è interpretato da Peppino Mazzotta, che tutti abbiamo imparato a conoscere come il più valido collaboratore di Montalbano nella omonima serie televisiva. Bravo in TV e bravo a teatro.
La scenografia è anch’essa classica. Paratie di legno circondano il palcoscenico dando l’opportunità agli attori di entrare e uscire di scena quanto necessario. Al centro su una piattaforma rotante un lungo tavolo con degli sgabelli intorno: a seconda della posizione del tavolo rispetto alla platea in sala la scena quindi diventa la casa di Turing, la casa di Knox, gli uffici della polizia o la villa in campagna della madre di Turing.
Otto attori otto sono poi una anomalia oggi a teatro con tutte queste rappresentazioni che per ragioni economiche riducono la compagnia quasi sempre ad un numero ristrettissimo, quando poi non addirittura all’ormai scellerato one man show.
Il testo forse poteva essere più incisivo. Certo fa comprendere la complessità del carattere di Turing e la supponenza e le sue debolezze, ma le ragioni per le quali Turing arriva a denunciare un furto di cose di poco valore, furto che nasconde, tra l’altro, la sua omosessualità non sono particolarmente approfondite.
Ma rimane che sia stato lui stesso, in pratica, a denunciarsi come omosessuale in un’epoca e in un paese in cui l’omosessualità era un reato. Come possa essere stato un uomo di quella intelligenza così stupido da finire triturato per aver confessato una omosessualità che senza la sua confessione nessuno avrebbe mai scoperto rimane un mistero da attribuire alla complessità della natura umana.
Condannato dopo un processo di grande notorietà nazionale, Turing viene condannato alla castrazione chimica e poi sottoposto a severi controlli. Muore pochi anni dopo per un accidentale avvelenamento o, come dicono i rapporti ufficiali, per suicidio.
Fatto sta che tutte le due ore senza intervallo della rappresentazione corrono via tenendo inchiodati e ben svegli gli spettatori alle loro poltrone.
Vale il biglietto? Assolutamente sì.

