Claudio Cherin recensisce da par suo il grande successo editoriale di Scurati.
No, leggendo non si ha affatto l’impressione che M. il figlio di un secolo, di Antonio Scurati, sia solo un romanzo storico che riduce i fatti storici «a un gran ballo in costume, con personaggi profondamente moderni che indossano vestiti d’epoca e recitano in situazioni d’epoca», come sostiene Smart Bell parlando del romanzo storico.
E neanche che si tratti di un romanzo postmoderno, come lo sono Possession di Antonia S. Byatt o La donna del tenente francese di John Fowles. E non c’è neanche identificazione, come accade in Rinascimento privato di Maria Bellonci, dove la parola io per far esprimere il mondo interiore di Isabella D’Este.
Il romanzo di Antonio Scurati è difficile da classificare. Non è solo un romanzo storico, né un romanzo distopico, né un romanzo di cronaca storica. Ma da questi tre generi di romanzi M. il figlio di un secolo ha preso qualcosa.
Scrivere di storia, ricostruire la società di un mondo, la mentalità e la sua cultura come hanno fatto altri scrittori prima di lui, non sembra interessare a Scurati. Consapevole della lezione dei Maestri del Novecento (Gadda, Musil, Vattimo, Heidegger, per citarne alcuni) lo scrittore milanese non ha la pretesa della verità storica. L’ansia, che percorre la sua scrittura, è quella che guarda e distingue la storia e la cronaca, sia da saggista (basti pensare a Gli anni che non stiamo vivendo, Bompiani 2010) sia da narratore, rivolgendosi ora al presente in forme di scrupolosa e pericolosa distopia (Il bambino che sognava la fine del mondo, ivi 2009) o di denuncia e di estrema verosimiglianza (Il sopravvissuto, ivi 2005), ora ricostruendo il passato e la biografia di un uomo emblematico del suo tempo (Il tempo migliore della nostra vita, 2015, dedicato a Leone Ginzburg).
Ma perché, allora, lo scrittore ha sentito il bisogno di usare una forma narrativa? Perché non ha fatto della nascita del Fascismo una cronaca, come ha fatto Franco Bandini ne Le ultime 95 ore di Mussolini?
La spiegazione sta in quello che scrive lo stesso Scurati, nel libro Dal tragico all’osceno. quando afferma che:
Salman Rushdie ha una spiegazione per lo straordinario successo che, sempre più spesso, ottengono negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale i libri che raccontano le sofferenze di popolazioni coinvolte in guerre o in tragedie umanitarie lontane e dimenticate […]: gli Occidentali sopperirebbero al loro bisogno di sapere, del tutto disatteso da giornali e tv che informano poco e male su questi argomenti, ricorrendo alla letteratura.
Pensando al romanzo come manifestazione di «una strana verità, che può essere espressa solo se dissimulata e occultata, mascherata da quello che non è», come scriveva Mario Vargas Llosa. Con la «convinzione che, come sosteneva Ricœur, il tempo crudele che ci annienta divenga ‘tempo umano’ solo quando entra in un racconto e che il racconto del tempo trascorso raggiunga il suo pieno significato solo quando diviene a sua volta parte del[lo] sforzo quotidiano di vivere il nostro tempo».
Oltre a voler «dare alla smisurata massa documentale riguardante Mussolini una forma narrativa che fosse rigorosa e avvincente, innovativa e rispettosa, appassionata e appassionante, commossa e commovente, [e dare forma a] un racconto che fosse esigente e popolare, capace di riscuotere quel periodo cruciale dal torpore delle aride elencazioni di date, luoghi e nomi nel quale spesso lo hanno sprofondato le aule scolastiche», come ha scritto il critico letterario Ghioni.
Con M. Antonio Scurati è arrivato ad un punto di svolta. M. il figlio di un secolo è anche una riflessione sul tempo della cronaca, sull’impossibilità di scrivere un romanzo storico.
Una scrittura lineare ma duttile, il passaggio versatile dalla prima alla terza persona, un plot sorto da conoscenze storiche, ma anche l’uso di fonti letterarie e non solo hanno portato Scurati a confrontarsi con il ‘romanzo documentaristico’. Che ha permesso a Scurati di scrivere un ‘docu-film narrativo’ sul Fascismo. Un romanzo che si genera e si nutre al suo interno dei documenti che l’autore sapientemente rende parte della narrazione, pur lasciando ad essi un valore e un ruolo. (Per farsi un’idea basterà leggere Trieste di Daša Drndic).
Del resto «nessun personaggio, accadimento, discorso o frase narrati nel romanzo sono liberamente inventati. Tutto ciò che viene narrato in M, fino all’ultimo dettaglio, è storicamente accertato o autorevolmente testimoniato. I materiali documentari esibiti alla fine dei capitoli, sempre e solo coevi agli accadimenti, certificano l’autenticità del racconto precedente ma sviluppano anche una narrazione a se stante. E […] dimostrano quanto gli uomini siano ciechi agli accadimenti della loro stessa vita mentre li vivono», come sosteneva Manuel Velazquez Montalban.
Tutta la storia tende verso Mussolini. È lui di cui si sente parlare tramite i ritagli di giornale e di interviste o di lettere che inaugurano ogni capitolo. Mussolini è corpo, non pensiero e azione come accade in Io, Franco di Manuel Velazquez Montalban, ne La festa del Caprone di Mario Vargas Llosa, ne Il generale nel suo labirinto di Gabriel Garcia Marquez o nella ricostruzione di Norman Mailer de Il Castello, dove con uno sguardo alla Milton del Paradiso perduto, Hitler diventa un burattino nelle mani del Diavolo.
No, non c’è pensiero di Mussolini in questo romanzo. Sono descritti lenti passaggi di un movimento che nasce dopo la Vittoria Mutilata, contro la disoccupazione e la tutela di coloro che avevano combattuto nella Prima Guerra Mondiale, per poi passare a diventare un partito che ha un riscontro di seguaci nel popolo e nella borghesia. Ma mai, a parte quel «aspettano che io parli, ma io non ho nulla da dire», il Duce proferisce parola.
Tutti i personaggi cercano, vogliono raccontare Mussolini, ma Mussolini è distante. Ora preso da un pensiero, ora affranto per un amore, ora desideroso di vendetta. Mussolini è solo un corpo («ora il suo corpo è completamente asciutto e sta cominciando a sudare, la spiaggia è deserta»).
Chi – ci si dovrebbe chiedere a questo punto – è il vero figlio del secolo? Tutta la complessa tessitura del mondo che con affanno Scurati cerca di trascrivere, finisce in un paradosso. In un ironico e sottile paradosso. Ad un certo punto, passate le prime cinque-seicento pagine, il lettore si domanda a cosa portino tutte quelle dettagliatissime pagine di riflessioni, di ossessioni, di voci sussurrate, sentimenti e grida feroci, di cui Mussolini sembra essere il protagonista indiscusso.
E si finisce per comprendere qualcosa che allo scrittore deve essere stato chiaro forse all’origine o mentre il romanzo prendeva forma: la sottilissima arma della filologia e del ‘romanzo storico documentaristico’, di tutta quell’ossessione nel descrivere – attraverso la cronaca, attraverso i particolari, attraverso un’attenta filologia storica – l’universo fascista porta ad un ‘romanzo negativo’, un romanzo che non vuole esaltare o raccontare Mussolini, ma finisce per raccontare l’antifascista Matteotti.
È come se Scurati avesse scritto un romanzo che parte, sì, da Mussolini, ma che porta verso l’avversario socialista. Che si insinua in modo sottile. Riducendo a semplici parole tutta la retorica del futuro dittatore. È abile, Scurati, nel dissimulare il suo ‘romanzo negativo’, nel mostrarne la sua essenza solo alla fine: evita di identificarsi in un dittatore, lo rende solo corpo, lo fa dissolvere nelle sue stesse parole (quasi fosse il protagonista di Autodafè di Elias Canetti), fa in modo che i due sembrano non incontrarsi, non condividere spazi o luoghi, pur essendo l’uno di fronte all’altro. Soprattutto evita di alternare le vite dei due uomini o di iniziare il romanzo con l’omicidio Matteotti. Che viene, per altro, raccontato nel modo più spoglio che ci possa essere. Senza fonti, nulla di più che un momento di dionisiaco furore.
Del resto, come poter addolcire la morte di un rivale scomodo, di cui per altro gli aguzzini si fanno non solo esecutori, ma macellai, non permettendo al corpo assassinato di rimanere integro? Una scarna parola in meno non avrebbe fatto altro che giustificare. Desiderio mai presente nel romanzo. Scurati dà un supplizio prima della Storia: in quel mare di parole che i vari personaggi di contorno riportano, lo scrittore rende il futuro dittatore muto, e lo fa assistere alle sue parole riportate e mal capite degli altri, come se scorressero su di un filmato del cinegiornale. Quale maggiore supplizio per chi della parola ha fatto arte? Anche Matteotti ha il suo peso da scontare: è solo (mai martire, neanche sotto le grinfie dei furfanti). Matteotti è solo con le sue accuse nell’aula di Montecitorio. Solo con la sua fine. Ma pronto a resistervi, con tutta la forza che ha. Pari solo al tragico Turno dell’Eneide.
Chi dunque – ci si dovrebbe chiedere a questo punto – è il vero figlio del secolo? Mussolini o Matteotti?
