Roberto Cornetta mi ha segnalato le poesie natalizie di Brodskij. Sono intime, commosse, ironiche, in una parola, belle. Ci siamo ripromessi di pubblicarne alcune. Questa è la prima. A seguire un bel commento di Roberto.

Tutti a Natale siamo un poco Magi.
Nei negozi c’è fango, e ressa. Per
un barattolo di chalvà al caffè
di assediare botteghe son capaci,
avvolte nei pacchetti, intere folle;
ognuno per se stesso Re e cammello.
Con sporte, reti, cartocci, cestini,
e coibacchi, cravatte di traverso.
Odor di vodka, di merluzzo e pino,
di mandarini, di cannella e mele.
Caos di visi, nel turbine di neve
non si vede il sentiero per Betlemme.
E, portatori di modesti doni,
sfondando porte, saltano sugli autobus,
nelle fosse dei cortili scompaiono,
anche sapendo che la grotta è vuota:
non c’è la greppia, né l’asino, né il bue,
non c’è la Donna aureolata di luce.
Vuoto. Ma all’improvviso a quest’idea
viene una luce non si sa da dove.
Sapesse Erode che, più forza ha,
più vero e inevitabile è il miracolo.
La costanza di quest’affinità
è il meccanismo base del Natale.
Per questo dappertutto si fa festa,
per il Suo avvento, unendo tanti tavoli.
Se non c’è ancora nessuna richiesta
di una stella, la buona volontà
nelle genti si vede di lontano,
e i pastori riaccendono i falò.
La neve cade; non mandano i camini
fumo, ma squilli. Ogni viso è una macchia.
Beve Erode. Nascondono i bambini
le donne. Chi verrà non può saperlo
nessuno: noi non conosciamo i segni,
potrebbe il cuore non più riconoscerlo.
Ma se, nel giro d’aria della porta,
una figura, fazzoletto in capo,
compare dalla nebbia della notte,
senti senza vergogna il Nuovo Nato
in te, e il Santo Spirito; e allora
gli occhi alzi al cielo e la vedi:
la stella.
1972


Tra le diciotto poesie che Iosif Brodskij dedicò al Natale, questa che si propone “24 dicembre 1971” può valere come ouverture per questo inizio di dicembre. Scritta pochi mesi prima dell’esilio dall’Unione Sovietica, è poesia della vigilia, del tempo che precede. (Il Natale ortodosso russo si celebra il 7 gennaio secondo il calendario giuliano.) Il testo, tradotto da Giovanni Buttafava e pubblicato in J. Brodskij, Poesie (Adelphi, 1986), è arricchito dalla sensibilità particolare del traduttore che fu anche amico del poeta, circostanza rara, che gli permise di captare la tonalità più intima di autoironia e pietà propria della voce di Brodskij.

La decisione di Brodskij di rinnovare ogni anno la ricorrenza natalizia con una poesia diversa, svela il bisogno dell’esule di ricostituire una continuità esistenziale spezzata dagli eventi, e che rinasce con il ritorno annuale della festa – i gesti, la liturgia invariata – sopravvivendo allo sradicamento. Il Natale celebra, del resto, insieme la nascita e la fuga: i Magi che tornano “per altra via”, la famiglia che fugge in Egitto. È il mistero di ciò che si porta via quando tutto il resto viene lasciato.

“A Natale tutti siamo un poco Magi.” Quel немного (“un poco”), avverbio già di per sé esitante e diafano, introduce l’incerta distanza che ci separa dall’archetipo. Il poeta osserva con indulgenza ironica la condizione umana. “Ciascuno è re e cammello insieme”, e si carica “i doni ‘modesti’ sulle spalle negli autobus affollati. Qui sembrano risuonare i passi sordi di Dostoevskij ad Haymarket, tra la folla ebbra a fine lavoro lungo il Tamigi quando descrive l’illusoria libertà dell’uomo moderno, in Note invernali su impressioni estive.

Lungo la strada che porta al Natale di Brodskij, la grotta è ancora vuota e non ci sono il bue e l’asinello; mancano insomma tutti i segni visibili tipici della rappresentazione presepiale, ed il sentiero per Betlemme sembra svanire sotto i passi delle folle che assediano le botteghe, evocando quella Pietroburgo delle Notti bianche, dove la massa urbana accentua l’isolamento di ciascuno.

Ma Brodskij conosce troppo intimamente la tradizione ortodossa, per non riconoscere in questo svuotamento, la logica apofatica orientale. Il vuoto dichiarato è preparazione necessaria, per cui solo nello spazio liberato dalle false scenografie, può apparire quella luce che viene “non si sa da dove” – improvvisa, inattesa. In questo vuoto che non si lascia controllare dalla pervasività del potere Brodskij evoca Erode: “Sapesse Erode che, più forza ha, più vero e inevitabile è il miracolo.” Monito a ogni tiranno: la violenza non cancella ciò che non può controllare, ma ne conferma l’esistenza.

Il Natale non è favola che raccontiamo, né rito che performiamo con maggiore o minore convinzione. È irruzione di una verità che si auto conserva, che persiste soprattutto quando tutto sembra negarla, e “la costanza di quest’affinità è il meccanismo base del Natale” – Brodskij usa provocatoriamente il termine materialistico “meccanismo” per indicare una necessità più profonda: esiste qualcosa nell’umano che eccede la storia e resiste al potere – la ricerca di senso, la fedeltà a una tradizione, la parola che persiste. Un’affinità che il poeta chiama tra umano e divino, ma che potremmo intendere come tutto ciò che nell’uomo trascende la mera contingenza materiale e che nessuna forza può rescindere.

La stella – quella che da bambini cercavamo nel cielo senza mai vederla se non nei racconti amorevoli dei nostri genitori – si vede solo a una condizione: riconoscere senza “vergogna” una presenza interiore, il nuovo nato, lo Spirito. Per Brodskij, alla vigilia dell’esilio, questo Spirito poteva essere molte cose: la fedeltà a una tradizione, la parola che nessun decreto può confiscare, quella patria immateriale che l’esule porta con sé. Come avrebbe scritto nel discorso Nobel nel 1987: “The poet, I wish to repeat, is language’s means for existence – or, as my beloved Auden said, he is the one by whom it lives.”

Questa è una poesia della vigilia. Siamo nell’attesa imperfetta, nel vuoto che deve essere attraversato. Ma anche qui qualcosa resiste: i pastori riaccendono i falò, la buona volontà si vede di lontano. Il fuoco persiste nella notte. La promessa rimane.