Difficile trovare un atto di amore così evidente e doloroso per il proprio paese.

Qui Panahi gira un atto di accusa al regime, come giustamente si è da più parti sottolineato, ma anche una elegia alla cultura e alla gentilezza di quel grande popolo che sono gli iraniani.

Badate: lo dico senza essere mai stato in Iran e solo sulla base di quel che si vede in controluce nel film, palma d’oro a Cannes nel 2025.

La vicenda la si trova narrata in tutti i siti che si occupano di cinema.

In breve, un ex detenuto e torturato in un carcere di massima sicurezza crede di aver riconosciuto il proprio aguzzino in un incontro casuale, il semplice incidente, appunto. Lo rapisce e lo vorrebbe ammazzare, ma prima vuole essere sicuro che lui sia lui.

E qui ha inizio la commedia, con una sequela di altri personaggi, anche loro ex detenuti, che devono assicurargli che il rapito sia l’aguzzino che tutti ha torturato.

Il torturato, una fotografa, una sposa, il suo futuro marito, l’ex fidanzato della fotografa tutti su un furgone, insieme al rapito, alla ricerca della verità.

E per strada una corruzione endemica, ma anche una gentilezza e un buon cuore che stupiscono e fanno persino sorridere prima di commuovere.

Una scena significativa è quando il furgone rimane senza benzina e va spinto lungo una leggera salita fino alla più vicina pompa di benzina (dove il benzinaio oltre al prezzo della benzina vorrà anche lui una mancia per il lavoro svolto): ebbene tutti spingono il furgone e intendo con questo non solo, ovvio, i personaggi che ne erano trasportati, ma anche alcuni estranei che si uniscono per dare una mano. Ma ve lo vedete voi accadere lo stesso in una delle nostre strade? In qualche piccolo centro forse sì, ma a Roma o Milano io non riesco ad immaginarlo e lì siamo a Teheran.

Oppure, altra scena significativa, la gente che notata la sposa (che per tutto il film indossa un abito bianco che via via s’adombra di polvere e sporco) le si fa tutta intorno per festeggiarla (nonostante non la conosca) insieme a fortunosi musici che ne allietano la sosta.

Ma anche nell’episodio scatenante quando la macchina dell’aguzzino si rompe ed uno sconosciuto la ripara alla belle e meglio per permettere di raggiungere un meccanico che poi, nonostante l’ora tarda, apre l’officina e nella notte ripara definitivamente il mezzo.

Un altro mondo.

Poi certo la disperazione e l’orrore per i racconti di quel che è accaduto in carcere e per la pazzia religiosa: “se sei colpevole è giusto che io ti punisca e ti uccida. se io sono in errore e tu sei innocente, alla tua morte andrai in paradiso come martire e quindi comunque io faccia, faccio il tuo bene” questo, più o meno, è il ragionamento esposto dall’aguzzino che arriva a sostenere che una giovane prigioniera vada stuprata prima di essere uccisa per evitare che come vergine e solo in quanto tale abbia diritto al paradiso.

Pazzia a cui i protagonisti del film, ex detenuti e torturati, si ribellano, facendo giustizia. Quella vera.

Il film ha poi un finale aperto. Riuscirà il protagonista davvero a sfuggire al proprio passato che torna nel passo claudicante del suo assassino.

Bello. Da vedere. Assolutamente.

PS: nel film la condizione femminile è ritratta in maniera a nostri occhi contradditoria, perché se è vero che la fotografa gira in pantaloni e camicetta, ha un bel taglio di capelli e mette uno straccio di velo (peraltro in maniera molto approssimativa) solo quando deve entrare in qualche luogo pubblico (ma per strada non lo tiene), è altrettanto vero che quasi tutte le altre donne adulte sono velate e quando una di loro deve entrare per una urgenza in ospedale la mancanza del marito ne impedirebbe il ricovero se non intervenisse un medico a dire che la ricoverava sotto la sua responsabilità. Una società in divenire.