Arturo Messina aveva fatto la sua mossa. Ma sapeva che ogni passo avanti, in un gioco di potere vecchio di vent’anni, comportava rischi nuovi.
Tre giorni dopo la pubblicazione dell’articolo su Controcorrente, la rivista romana, ricevette una busta senza mittente infilata sotto la porta. Nessuna lettera, solo una fotografia in bianco e nero: un uomo legato a una sedia, bendato. Sul retro, una scritta a penna: “1944. Meglio non scavare, Arturo.”
Lo stomaco gli si chiuse. Riconobbe la stanza: era la cantina della vecchia villa Carli, ora demolita. E il volto dell’uomo, sebbene gonfio, era familiare. Era Sergio Donati, il partigiano di cui parlava Anita nel diario, quello creduto scomparso.
Solo che ora Arturo aveva una conferma: Donati non era fuggito. Era stato torturato. E, con ogni probabilità, ucciso lì dentro.
Si recò dal maresciallo del paese, un giovane arrivato da poco, che lo ascoltò con cortesia ma con evidente freddezza.
— “Con tutto il rispetto, signor Messina… Lei dice di aver trovato un diario, ma non lo mostra. Le minacce? Una foto, sì. Ma senza prove solide, cosa dovrei fare? Arrestare un assessore?”
Arturo capì che la via istituzionale era chiusa. Anche se le nuove generazioni indossavano divise pulite e parlavano con rispetto, le vecchie lealtà erano dure a morire.
Prese contatto con l’unico amico fidato rimasto a Genova: Renato Mezzanotte, ex partigiano, ora insegnante universitario e collaboratore di Radio Popolare. Quando Arturo gli raccontò tutto, Renato fu lapidario.
— “Hai tra le mani una pistola carica. Se taci, resterà un ricatto. Se spari, qualcuno cadrà. Ma chi?”
La lista. Era questo che ora contava. Nel diario, Anita aveva trascritto nomi. Arturo li conosceva quasi tutti: uomini rispettabili, alcuni ancora vivi, altri con eredi ben inseriti. Temevano che la verità riemergesse. E c’era un altro dettaglio: Anita parlava di un dossier alleato, trasmesso via radio agli inglesi nel maggio del ’44, contenente nomi, date, e perfino coordinate di beni trafugati.
E questo dossier, secondo il diario, non era mai arrivato a Londra. Era stato intercettato.
Un altro tassello si incastrò.
Arturo tornò nella zona del cantiere. Dove un tempo sorgeva la villa, ora c’era una recinzione e il rumore incessante delle ruspe. Aspettò la notte. Quando il cantiere si svuotò, scavalcò il cancello e si diresse verso il punto indicato nel diario: la cantina, sotto la vecchia scala in pietra.
Scavò per ore, armato solo di una torcia e una piccola vanga. Alla fine, trovò un’intercapedine tra due muri. Dentro, avvolti in una tela cerata, c’erano documenti, fotografie, e… una vecchia radio trasmittente, ancora intatta. Con sopra incisa la sigla SOE–Genoa.
Il dossier era lì.
Non dormì per due giorni. Analizzò ogni pagina. Annotazioni su deportazioni, sulle razzie di opere d’arte nella zona di Sarzana, su casse inviate in Svizzera. Nomignoli cifrati, triangolazioni, ordini firmati con una sigla: “R.”. Ruspanti.
Il colpo finale venne quando Arturo trovò un telegramma criptato, decifrato da Anita, che riportava un messaggio diretto: “Eliminare l’agente interno. Ha superato il limite. – R.” Era datato maggio ’43. Era l’ordine di uccidere Anita.
Arturo sapeva cosa fare. Creò un dossier completo, con scansioni, fotografie e analisi. Lo spedì a Radio Popolare, a Controcorrente, a tre parlamentari noti per il loro impegno nell’antifascismo.
Poi prese un treno per Milano, con la valigetta al seguito.
Una settimana dopo, la notizia scoppiò sui giornali nazionali: “Scandalo sulla Riviera – Svelata rete di collaborazionisti, omicidi e traffici d’arte nel dopoguerra.” I nomi non erano più omessi. Le prove erano solide. E anche se molti colpevoli erano ormai morti, gli eredi, le fondazioni, e i beneficiari dei furti vennero messi sotto indagine.
Arturo rientrò al suo paese senza clamore. Al porto, trovò Don Sergio ad attenderlo.
— “Hai fatto bene. La verità fa paura, ma serve. Anche se arriva in ritardo.”
Poco dopo, arrivò una lettera da Londra. Il Foreign Office confermava che la radio ritrovata era parte di un’operazione segreta condotta con l’aiuto di agenti italiani. E Anita Carli risultava registrata nei loro archivi come “operatrice secondaria – agente S15”. Onorificenze postume erano in valutazione.
Seduto sulla sua panchina, Arturo guardava il mare. Il cantiere era stato sospeso. Il geometra Barzini si era dimesso. La verità aveva avuto il suo giorno.
E il diario di Anita, ormai custodito in copia all’Istituto Storico della Resistenza di Genova, aveva trovato finalmente il suo posto nella storia.
Ma Arturo sapeva, dentro di sé, che la vera giustizia non l’aveva fatta lo Stato. L’aveva fatta una donna coraggiosa, vent’anni prima. E un uomo ostinato, vent’anni dopo.
