Ramsis Bentivoglio ci segnala questo romanzo che Erich Mosse scrisse sotto lo pseudonimo di Peter Flamm due anni dopo l’uscita della Montagna Incantata del suo amico Thomas Mann. Ramsis qui ce lo racconta.

Ecco cosa scrive Ramsis:

Il romanzo, del 1926, di questo autore tedesco, che pubblicava sotto pseudonimo, (lui era uno psichiatra ebreo), elabora, per la prima volta, il tema dello shock post traumatico da trincea.

Chi tornava a casa dalle trincee non era più la stessa persona, sia che avesse combattuto, sia che fosse un semplice aiutante (medico o cuoco). Il trauma della perdita di personalità o dello scambio della stessa fu un fenomeno che esplose proprio in quegli anni.

Ricordiamo, dello stesso periodo, lo smemorato di Collegno, ad esempio, o la presunta Anastasia Romanov, sopravvissuta, a suo dire, all’uccisione della sua famiglia in Russia. Ecco, il periodo in cui esce questo romanzo è pregno di eventi sulla perdita di memoria o di identità.

Il romanzo si muove sul limite della follia e della nevrosi da guerra.

Un reduce racconta la propria storia davanti a un giudice, cercando di discolparsi da un omicidio di cui è accusato. Veniamo a sapere, così, che lui non è chi dice di essere. Sembra aver rubato il passaporto a un morto e, tornato a Berlino, inizia a vivere una vita non sua. Tutti, però, lo riconoscono, a parte il cane della presunta moglie che prima lo morde e poi lo segue passo passo.

Il testo è volutamente ambiguo e non è né una storia psichiatrica classica, né un giallo.

Il resto bisogna scoprirlo leggendolo. È come un lungo monologo interiore dove le due personalità si uniscono, si fondono e si dividono continuamente.

Dalla presentazione dell’editore:

Berlino, 1918. La guerra è appena finita, un uomo torna a casa e non è più lui. È convinto di aver rubato l’identità a un morto. Crede di vivere nel corpo di un altro; tutti lo riconoscono e pensano di sapere con chi parlano. Solo il vecchio cane gli abbaia contro e lo morde. Il cane sa che quello non è il suo padrone. Poi comincia a ricordare: Grete, la giovane donna dalla chioma tizianesca che ora vede alla finestra, è sua moglie; nella culla c’è il loro bambino; si rivolge a un’anziana signora chiamandola «mamma». Ma quei ricordi non hanno radici, sono cose che sa: «come un attore me ne sto su un palcoscenico, imparerò la mia parte, è già scritta fino in fondo, di certo già da prima, e io mi limito a recitarla». Solo l’amore incondizionato e la gelosia per Grete – quando riceve la visita di un uomo, Borges, un «amico» che l’ha corteggiata mentre lui era al fronte – risveglia un sentimento che potrebbe essere suo. Questo è quanto ci è dato sapere del protagonista prima che la storia inizi. Lo ritroveremo nell’aula di un tribunale, accusato di omicidio, mentre cerca di scagionarsi. Ma chi parla in queste pagine? Chi ha commesso il crimine? Il rispettabile chirurgo berlinese Hans Stern, o piuttosto Wilhelm Bettuch, l’umile fornaio che sembra averne assunto le sembianze? La risposta rimane racchiusa nel punto interrogativo del titolo e le ultime parole che l’imputato rivolge ai giudici non fanno che rendere ancora più impenetrabile l’enigma: «Ora chinatevi, spazzate via quel po’ di terra. Ed ecco, troverete – me. Sì, ossa e teschio e polvere e il mio nome, che non è il mio nome eppure lo è, il mio destino, che non appartiene a me, ma a un altro, e ora mi è piombato addosso, soffocante come fosse il mio».
Mimetizzato per quasi un secolo come un piccolo vortice scuro fra le correnti della prosa espressionista, questo romanzo di Peter Flamm torna ad agire su di noi come un sortilegio, la stenografia di un sisma psichico ancora lontano dall’essere decifrato.