Claudio Cherin ci segnala questo romanzo inviandoci una bella e lunga recensione. Eccola.


Al limite della dissolvenza: Il sosia di Hitler di Luigi Guarnieri by Claudio Cherin

Il raccontare la vita di coloro di cui si sono persi le tracce e che sono stati condannati al silenzio, il riflettere sull’umanità che rimane ai limiti, sulle voci mute di quanti riescono loro malgrado a resistere alla Storia, il far emergere e a dar forma a tutte le vite scomparse nei meandri della Storia sono solo alcuni degli aspetti, che rendono la scrittura di Luigi Guarnieri così particolare nella narrativa contemporanea.

È questo che permette di comprendere come i veri personaggi dei suoi libri siano i briganti, i falsari, gli esploratori e avventurieri e non, come si crede, il criminologo e antropologo Cesare Lombroso, lo scrittore Conrad, il pittore olandese Vermeer, il musicista Schuman. Certo, sull’intreccio tra vite rimaneggiate, reinventate, romanzate dei illustri e i vari tipi di umanità sommersa, Guarnieri ha costruito la trama di tutti i suoi romanzi. Ma la riflessione sotterranea che li muove è quella di un restituire le parole a tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di farlo, perché ad un certo punto sono svaniti.

Con Il sosia di Hitler (Milano, Mondadori, 2014) si ha conferma di questo suo dar vita agli oscuri. Il libro è ambientato qualche mese dopo la fase finale della seconda guerra mondiale, le nuvole vive di Auschwitz si sono posate da poco sulla terra, l’esercito russo si trova a Berlino, la liberazione dei campi sta avvenendo (siamo nel mese di ottobre del 1945). Gli echi dei bombardamenti che si sentono in tutta la prima parte del libro e le urla di Hitler sembrano ricordare quelle del film di Hirschbiegel Der Untergang (La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler).

Partendo da questo scenario si muove la trama del romanzo: un agente del controspionaggio americano viene mandato a fare chiarezza sulla morte del dittatore tedesco, sulla cui morte si abbatterà presto lo spettro del dubbio. Hitler davvero è morto? Oppure, come si crede negli Stati Uniti, è un’illusione, e, grazie all’operazione Janus, si è riusciti a trovare un sosia che inscenasse la morte di Hitler?

La spia che viene dal freddo di John Le Carrè o Il castello nella foresta o de Il caso Oswald di Norman Mailer, Il complotto d’America di Philip Roth o Limonov di Carrère sono i romanzi che lo scrittore deve aver avuto in mente. Non solo per il contesto (il mondo di spie, una fantomatica ricerca di Hitler), per il bisogno di fare chiarezza su un fatto storico (cosa che lo avvicina a Mailer, quando cerca di comprendere quello che c’è o ci potrebbe essere dietro la morte di Kennedy), ma per la capacità di rendere narrabili tutte le fonti che ha consultato.

La bravura di Guarnieri non sta solo nel aver saputo ricostruire un contesto e l’aver saputo cucire insieme pezzi di storia e pezzi inventanti tanto bene, da non saper più dire con certezza quale scena sia «ricavata da testi storici e saggistici di varia natura, che sia del tutto esente da manipolazioni, adattamenti o riscritture», ma nell’aver saputo immaginare e creare un personaggio come Mario Schatten, il presunto sosia di Hitler, che, pianista incompreso ridotto alla fame e costretto ad abbandonare la propria amatissima figlia, finisce per diventare un’ulteriore possibilità per il Fühuer.

E’ un uomo che, nella sua miseria, ricorda i personaggi di Kafka, o, nella sua limpidezza morale, quelli di Conrad o quelli tanto veritieri e immaginabili da essere inesistenti, che abitano molte pagine di Borges, ed è «finito chissà come in un gioco infinitivamente più grande di lui, in un meccanismo che lo avrebbe stritolato senza pietà».

Il fascino ultimo di questo libro si condensa in questa ragnatela di ombra e luce. Nell’aver saputo costruire un personaggio fatto di ombra, che non potrebbe far altro, se non morire in una pianura, immerso nella neve di un glaciale inverno siberiano, dopo essere stato catturato dai sovietici, torturato e riuscito a scappare da tale prigionia. Scomparire nel biancore della luce sottile, finire per sciogliere in un oceano di pura cupido dissolventia dopo che è vissuto nell’ombra, schiacciato e sorvegliato in un angusto manichino, quale sorte sarebbe stata per lui migliore?

«Rimanda ad altri libri, a vite limitrofe e ad opere parallele che si stavano scrivendo, dentro le quali ci sono personaggi che ricorrono, nelle loro forme reali o immaginate» ha scritto la scrittrice Daniela Ranieri parlando di Carrére «è un’opera che realizza quel sogno plutarchiano di far combaciare le storie delle persone con i lembi della storia: basta sollevarne uno per intravedere, sotto, un tessuto complicato che ci riguarda, se non altro perché il passato appartiene a tutti, come le opere d’arte», non è questo il segreto di un romanzo come questo?

Sta di fatto che ciò che voleva rappresentare l’autore era descrivere: «l’impatto devastante che questo meccanismo [la Storia] – opaco, diabolico e infernale – può avere sulla vita di ognuno di noi; così come nel romanzo lo ha sull’incolpevole ‘sosia’, il geniale musicista incompreso Mario Schatten.

La Storia, proprio come i rapporti degli agenti dei servizi segreti, è una ricostruzione incerta, spesso fornita da persone discutibili. E per narrarla bisogna avventurarsi in una vera e propria indagine investigativa, come fa l’agente Gren*, e muoversi alla ricerca di una verità ambigua e sfuggente.

Perché la Storia – ogni storia – è un racconto, persino un’invenzione; i documenti sono quasi sempre narrazioni soggettive; il reale svolgimento dei fatti è distorto dal punto di vista del narratore, nonché dai suoi interessi inconfessabili e persino dai capricci ingannevoli della sua memoria. Narrare la Storia (qualsiasi storia) per me significa metterne a nudo gli ingranaggi; esplorarne gli aspetti rimossi, sepolti, invisibili; e soprattutto demistificare, o comunque mettere in discussione, la versione ufficiale degli eventi – la Verità».

C’è un altro fatto: sulla scia di Umberto Eco, de Il cimitero di Praga, di Stig Larson, della saga Millenium, di Matthias Ènard, della Via dei ladri, di Patrick Mondiano, di Bijoux, di Björn Larsson, de L’occhio del male, Guarnieri usa una storia del passato per raccontarne una del presente. Che siano il nazismo o il neonazismo, l’antisemitismo, il fondamentalismo un scrittore non può esimersi dal raccontarli, come avrebbe fatto Tucidide – tra l’altro citato all’inizio del libro – non può far altro che cercare di «spiegare [quella] storia mediante la natura umana» e di «comprendere l’uomo attraverso il suo agire nella storia» e forse di «individuare entro il magma multiforme e apparentemente e inafferrabile della realtà certi caratteri permanenti che rappresentano l’unica possibilità di conoscere i veri nessi della realtà medesima, [che è] misura pertinente all’uomo».

Dalla presentazione dell’editore:

Berlino, ottobre 1945. L’agente speciale L* Gren** del controspionaggio militare americano viene incaricato di condurre una nuova indagine sulla morte di Adolf Hitler. La verità ufficiale vuole che il Fuhrer si sia suicidato nel bunker, ma i rapporti dell’Intelligence Service britannico e dei russi dell’NKVD non hanno chiarito la reale dinamica dei fatti. L’interrogatorio della dentista personale del Fuhrer, la dottoressa Greta von Freundin, ha aperto un nuovo scenario investigativo: il Dipartimento H dei servizi segreti del Reich, specializzato in Controfigure, Contraffazioni e Interventi speciali, avrebbe sviluppato un piano segreto per favorire la fuga di Hitler dal bunker. Nome in codice, Operazione Janus. Comincia così una difficile inchiesta, lunga più di quindici anni, scandita da scoperte, delusioni, inganni e sorprese. Ossessionato dal fantasma di Hitler e del suo doppio, l’agente Gren* interroga testimoni reticenti o ambigui, viaggia tra Germania e Austria, Argentina e Italia, Paraguay e Svizzera. E alla fine ritrova le tracce dell’aristocratico Egon Sommer, il direttore del Dipartimento H, e dell’altrettanto misterioso Mario Schatten, il sosia di Hitler: geniale musicista incompreso, vittima sacrificale di una terribile macchinazione e di due spaventose dittature – il nazismo prima, il comunismo poi.