La storia degli amori di Cecilia e di sua zia Adele.

La scoperta.

Cecilia aveva sempre immaginato la sua vita come una di quelle canzoni dolci che ascoltava la sera, sdraiata sul divano con una tazza di tè tra le mani. Una melodia fatta di piccole gioie: il profumo del caffè al mattino, la carezza del sole sulla pelle, e, soprattutto, gli occhi caldi di Marco, il suo fidanzato da tre anni.

Era convinta che Marco fosse l’uomo perfetto per lei: premuroso, divertente, e così incredibilmente affascinante. Ma ogni melodia ha le sue note stonate, e Cecilia avrebbe presto scoperto che la loro canzone d’amore si stava trasformando in una ballata triste.

Una sera, mentre Marco era in doccia, il telefono sul comodino vibrò con insistenza. Cecilia non aveva mai controllato il telefono di Marco – non era quel tipo di persona. Ma quella volta qualcosa le fece girare la testa. Forse era il modo in cui lui aveva risposto con nervosismo a una chiamata poco prima. Forse era solo un istinto che non riusciva a ignorare.

Sul display, un messaggio: “Non vedo l’ora di rivederti, amore mio. La scorsa notte è stata magica ❤️”.

Cecilia sentì il sangue gelarsi nelle vene. Scrollò il messaggio, il cuore che batteva all’impazzata. La conversazione raccontava tutto: Marco la tradiva da mesi con una certa “Giulia”.

Quando Marco uscì dalla doccia, si trovò davanti Cecilia, pallida e con il telefono in mano. “Vuoi spiegarmi cos’è questo?”

Lui restò in silenzio per un attimo, poi tentò un goffo sorriso. “Non è quello che pensi, amore.”

“Non osare chiamarmi così,” sibilò lei. “Tu e Giulia avete avuto una notte magica? Bene. Sai cosa non avrai più? Me.”

Marco cercò di parlare, ma Cecilia gli lanciò il telefono sul letto e uscì di casa, le lacrime che le rigavano il viso.

Zia Adele entra in scena

Cecilia si rifugiò da sua zia Adele, l’unica persona al mondo che sapeva sempre come farla ridere, anche nei momenti peggiori. Adele viveva in una piccola casetta di campagna, circondata da alberi di glicine e con un cane pigro di nome Ernesto che russava perennemente sul divano.

Quando Cecilia arrivò in lacrime, Adele la accolse con un bicchiere di vino e una frase delle sue. “Ah, vedo che il principe azzurro si è rivelato un rospo con la clamidia.”

“Non è divertente,” singhiozzò Cecilia, sedendosi al tavolo della cucina.

“No, tesoro, non è divertente. Ma sai cosa è ancora meno divertente? Passare la vita con un cretino che ti fa sentire sbagliata. Dimmi, come l’hai scoperto?”

Cecilia raccontò tutto, tra singhiozzi e lunghi sorsi di vino. Adele ascoltò, annuendo con gravità. Poi, con un sorriso tagliente, disse: “Sai, cara, la vendetta è come il tiramisù: va servita fredda e con una buona dose di cacao.”

“Zia, non voglio vendetta. Voglio solo capire perché ha fatto questo.”

“Perché è un imbecille,” rispose Adele, come fosse la cosa più ovvia del mondo. “Ma non ti preoccupare, tesoro. Sei giovane, bellissima, e hai una zia fantastica. Marco passerà il resto della sua vita a mangiare spaghetti scotti con quella Giulia. E tu? Tu mangerai aragoste su uno yacht con qualcuno di meglio.”

Nei giorni seguenti, Adele si dedicò a rimettere in sesto Cecilia, a modo suo. La trascinò in lunghe passeggiate nei campi, cucinò per lei i suoi piatti preferiti e, soprattutto, le insegnò a ridere di nuovo.

“Ricorda,” disse un giorno, mentre preparavano insieme una torta al limone, “nessuno ti farà mai sentire meno di quello che sei, a meno che tu glielo permetta. E tu, mia cara, sei troppo speciale per sprecare un solo minuto con qualcuno che non lo capisce.”

Cecilia iniziò a sentire che il dolore si attenuava, lentamente ma inesorabilmente. Certo, c’erano ancora momenti in cui si ritrovava a piangere in macchina, ascoltando canzoni tristi. Ma c’erano anche giorni in cui rideva fino alle lacrime con Adele, o trovava pace sotto l’ombra degli alberi di glicine.

Una domenica mattina, mentre Adele era in giardino a innaffiare le piante, un uomo si fermò al cancello. Era il nuovo veterinario del paese, venuto per visitare Ernesto.

Alto, con un sorriso dolce e occhi profondi, si presentò come Matteo. Cecilia lo osservò mentre esaminava Ernesto, parlando con una calma che sembrava poter guarire qualsiasi ferita.

Quando lui si girò verso di lei e le sorrise, Cecilia sentì qualcosa che non provava da mesi: una piccola scintilla di speranza.

“Deve essere difficile convivere con una zia così… eccentrica,” disse Matteo, strizzando l’occhio.

Cecilia rise, per la prima volta senza dolore. “Non sai quanto.”

Non ci fu un colpo di fulmine, né dichiarazioni affrettate. Ma nei giorni successivi, Cecilia e Matteo iniziarono a conoscersi meglio, sotto lo sguardo complice di Adele. E un giorno, mentre Cecilia passeggiava sotto l’albero di glicine, si rese conto che la melodia della sua vita stava cambiando.

Non era più una canzone triste, ma una nuova, piena di promesse e note di speranza. Perché, come diceva sempre Adele, “Ogni fine è solo l’inizio di qualcosa di infinitamente migliore.”

“Zia Adele e la complicazione dell’intelligenza”

Mentre Cecilia ricominciava a sorridere e a scoprire il mondo con Matteo, zia Adele osservava tutto con il solito misto di affetto e sarcasmo. Ernesto, il suo cane, era diventato il suo unico compagno fedele, ma ultimamente persino lui sembrava stanco delle sue battute.

“Lo sai, Ernesto,” sospirò Adele un pomeriggio, mentre sorseggiava un bicchiere di vino sulla veranda, “forse è tempo che anche io mi trovi un uomo. Anche solo per ricordare cosa significa litigare su chi deve svuotare la lavastoviglie.”

Cecilia rise, seduta accanto a lei. “Zia, gli uomini di questo paese ti adorano! Sei spiritosa, bella e incredibilmente affascinante.”

“Ah, tesoro, il problema è proprio quello. Gli uomini qui mi adorano come si adora una statua: da lontano e in silenzio, per paura che parli.”

Cecilia rise ancora più forte. “Forse dovresti abbassare un po’ le tue aspettative.”

“Abbassare le aspettative? Non mi abbasserei nemmeno per raccogliere una banconota da cinque euro. Se devo stare con qualcuno, deve essere qualcuno che sappia reggere il mio spirito e il mio cervello, non solo la mia bellezza mozzafiato.”

Il destino, come sempre, sembrava avere un tempismo perfetto. La settimana successiva, un nuovo abitante si trasferì nel villaggio: il professor Ludovico Ferri, un uomo sulla cinquantina, insegnante di letteratura in pensione, che aveva lasciato la città per cercare tranquillità in campagna.

Adele lo incontrò al mercato, mentre discuteva animatamente con la fruttivendola sull’autenticità delle arance biologiche.

“Le arance non sono mai lucide, signora mia,” stava dicendo Ludovico, agitando una mano per enfatizzare il concetto. “La lucentezza è una frode dell’industria moderna!”

“Ah, finalmente un uomo che si accalora per qualcosa di diverso dal calcio,” intervenne Adele, con il suo solito tono ironico.

Ludovico si girò, sorpreso. “E voi siete?”

“Una donna che sa riconoscere una buona arancia. E voi siete il nuovo Don Chisciotte del paese?”

Lui rise, una risata profonda e autentica. “Ludovico Ferri. E sì, ho lasciato la città per combattere le mie battaglie contro le falsità del mondo rurale.”

Da quel giorno, Ludovico e Adele iniziarono a incontrarsi spesso. Le loro conversazioni erano una continua sfida di battute e provocazioni. Lui citava Dante, lei rispondeva con Oscar Wilde. Lui criticava il romanticismo, lei difendeva Jane Austen con ferocia.

Una sera, durante una cena organizzata da Cecilia, Ludovico fece un’osservazione che lasciò tutti a bocca aperta.

“Adele,” disse, alzando il bicchiere di vino, “se fossi un personaggio letterario, saresti sicuramente Beatrice. Ma con un pizzico di Lady Macbeth.”

Adele scoppiò a ridere. “E tu saresti una combinazione di Mr. Darcy e Don Abbondio. Un po’ affascinante, un po’ spaventato dalla vita.”

Cecilia osservava la scena con un sorriso. “Zia, non credevo fosse possibile, ma sembra che tu abbia trovato qualcuno che possa reggere il tuo ritmo.”

Qualche mese dopo, Adele e Ludovico erano diventati inseparabili. Non c’erano promesse affrettate o dichiarazioni melense. Il loro legame era fatto di lunghe passeggiate nei campi, discussioni infinite su libri e politica, e una complicità silenziosa che cresceva giorno dopo giorno.

Una sera, mentre Ludovico e Adele sedevano sotto l’albero di glicine, Ernesto addormentato ai loro piedi, lui prese la mano di lei.

“Adele, sei la donna più affascinante e irritante che abbia mai incontrato.”

“Grazie,” rispose lei con un sorriso malizioso. “E tu sei l’uomo più pedante e adorabile che abbia mai sopportato.”

“Allora siamo perfetti,” disse lui.

“Perfetti come due arance biologiche,” concluse lei, prima di baciarlo sotto la luce delle stelle.

E così, mentre Cecilia trovava la sua strada con Matteo, Adele scoprì che non era mai troppo tardi per un nuovo capitolo, soprattutto se scritto con ironia e un pizzico di poesia.