Torna a trovarci Luisa Adani che ci propone l’ultimo romanzo della magistrato Simona Lo Iacono: nulla a che vedere, però, con la giustizia o con un giallo.
Nel presentarlo Luisa scrive: “Palermo. La storia è ispirata a una figura realmente esistita che diede il suo contributo ai moti rivoluzionari del ‘48. Una donna definita pazza per crisi convulsive che lei chiama il ‘fatto’.”
““Guarda Luciuzza, guarda che bello tutto questo filo storto che regge la figura giusta dalla parte opposta. Nun tu scurdari”.
“Cosa, nonna, non mi devo scordare?”
“Che i mali punti e i punti buoni vengono tutti dalla stessa mano”.
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“Lucia strabilia innanzi all’arenaria gialla che spande tutto intorno bagliori di sole; e poi innanzi a certe statue che limitano una scalinata tortuosa, a chiocciola, e svettano con teste mostruose o ghignanti. … Che mente mai può avere concepito una struttura così sospesa tra la vita e i mostri? Quale misteriosa affinità avrà mai fiutato tra l’esistenza e la natura sviata, scivolata verso l’imprendibile? … Lucia pensa che l’architetto di Villa Ramacca deve forse avere confidenza col “fatto”, perché nessun altro avrebbe potuto rappresentare quel limite, fragilissimo e oltraggioso, tra normalità e devianza, tra abituale ed eccezionale, tra salute e malattia. Né alcuno avrebbe potuto intuire più compiutamente che la natura produce entrambe, costringendole a convivere nello stesso corpo.”
Dalla presentazione dell’editore:
Palermo, 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione difficile da ignorare: nella sua città, Siracusa, viene considerata una «babba», ossia una pazza. La nomea le è stata attribuita a causa del «fatto», ovvero il ricorrere di improvvise e violente crisi convulsive, con conseguente perdita della coscienza. Il «fatto» aleggia sulla vita di Lucia come un’imminenza sempre prossima a manifestarsi, un’ombra che la precede e di cui nessun medico ha saputo formulare una diagnosi, a parte un tale John Hughlings Jackson che al «fatto» ha dato un nome balordo: epilessia. Un nome che le illustri eminenze mediche siciliane hanno liquidato con una mezza alzata di spalle. Per volontà della madre, speranzosa di risanare le sorti della famiglia, Lucia viene mandata a Palermo a servizio presso la casa dei conti Ramacca. Un compito che la «babba» accetta a malincuore, sapendo che il Conte figlio si è fatto esigente in tema di servitù femminile. Da quando, infatti, in lui prorompe la vita di un uomo, l’intera famiglia si è dovuta scomodare a trovargli serve adatte alla fatica, ma anche, e soprattutto, agli esercizi d’amore. Stufo delle arrendevoli ragazze che si avvicendano nel suo letto, il Conte figlio è alla ricerca di una donna che per una volta gli sfugga, dandogli l’impressione che la caccia sia vera e che il trofeo abbia capitolato solo per desiderio. O, meglio, per amore. Quando il nano Minnalò, suo fedele consigliere, gli conduce Lucia, il Conte figlio le si accosta perciò con consumata e indifferente esperienza, certo che la bella siracusana non gli opporrà alcuna resistenza. La ragazza, però, gli sferra un morso da furetto. Un morso veloce, stizzito, che lo fa sanguinare e ridere stupefatto. Un gesto di inaspettata ribellione che segnerà per sempre la vita di Lucia, rendendola, suo malgrado, un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’ondata di insurrezioni popolari che sconvolse l’Europa in quel fatidico anno.

