Poco fuori il centro di Chiavari andando verso la collina di Leivi la Chiesa di San Pietro ospita le vetrate realizzate nel 1999 su cartoni di Giovanni Job.

Sono una ventina di grandi vetrate policrome (qualcosa come 2 metri di base per 5 di altezza) cui si sommano una dozzina di vetrate minori. Un lavoro enorme sia per quantità che per qualità.

La Chiesa è spesso aperta e le vetrate meritano sicuramente questa breve gita dalle spiagge rivierasche

Le immagini delle vetrate maggiori illustrano la vita del Cristo, ma la sorpresa è che ciò che viene ritratto in primo piano. Lì davanti a noi non c’è il Cristo o altri personaggi della storia sacra. Il primo piano, ciò che regge da un punto di vista pittorico tutto il resto della composizione, non è a sfondo religioso, ma sono i volti, i gesti e le espressioni di coloro che quella Chiesa frequentano oltre a numerosi ritratti di gente di Chiavari.

L’interesse di Job sono le facce e i gesti delle persone comuni, mentre la storia religiosa è ritratta sullo sfondo, in secondo piano. Ne deriva uno spiazzamento notevole, perché quelle facce non sono rivolte a ciò che avviene alle loro spalle, ma sono dirette a noi che dalla navata della Chiesa a nostra volta li guardiamo. Si istaura, nolenti o volenti, un dialogo nostro con quelle persone, quasi che fossero lì anche loro ad osservare e cercare di interpretare e ricordare la storia sacra. Notevole, appunto.

Peraltro le vicende della vita di Gesù vengono esaltate a loro volta da questa commistione, anche perché comunque la si intenda la mano di Job rimane vigoroso e salda. Nel 1999 Job aveva quarantanove anni e la malattia che poi lo avviluppò era ancora ben lontana e sconosciuta.

La bravura nella ritrattistica di Job ne risulta esaltata, anche se bisogna dire che per quanto mi è noto Job non si è guadagnato da vivere (come spesso capita a molti artisti) facendo ritratti. Quella bravura deriva dalla completa padronanza tecnica che Job seppe acquisire negli anni mettendo a frutto i suoi naturali e speciali talenti.

Fatto sta che, seduto su una panca e ricordando la velocità e precisione del tratto di Job, mi sono chiesto in cosa il secolo scorso, così denso di novità, così pregno di possibilità, abbia innovato il disegno.

Certo Matisse e prima ancora (o meglio contemporaneamente) Klimt avevano assunto dall’oriente una semplificazione e una leggerezza sconosciuta alla nostra scuola classica, mentre Picasso, si sa, si era rivolto all’Africa per immettere anche nel proprio disegno elementi innovativi. Seguendo Klimt, Schiele aveva introdotto nel tratto il nervosismo dello spasimo erotico. Tutte novità a cui il fumetto poi ha attinto a piene mani. L’impianto, però, mi si lasci dire rimaneva comunque agganciato alla classicità, tanto da permettere a Job, per tornare a lui, di ideare e perseguire le sue serie più famose, quelle de “L’attacco al museo” o de “La stanza di Diomede”. Queste sono serie, chi ne ha visto anche solo pochi esempi lo sa, in cui il disegno torna fortemente classico per essere poi discusso da una gestualità tipicamente americana.

L’unico che mi pare abbia prodotto uno scarto significativo nella tecnica del disegno è stato Giacometti, nei cui lavori troviamo uno scavo e una ripetitività delle linee pienamente coerenti con l’implosione che l’arte europea stava (e sta) soffrendo.

In ogni caso, torno a dire che la visita alle vetrate di Job vale il viaggio e invito tutti coloro che ne abbiano l’occasione ad approfittarne.