Trovo sulla rete l’opinione di Cacciari su questo tema. La riporto e ci ragiono un po’.
Dice Cacciari: “Il tema della fine dell’arte è stata equivocata in infiniti modi. Hegel, da cui parte questa idea, non parla mai propriamente di fine dell’arte, dice che entriamo in un’epoca in cui l’arte, la rappresentazione artistica si fa così complessa e pregna di elementi intellettuali, di elementi teorici, di elementi che riguardano la riflessione perde per così dire ogni immediatezza che era propria dell’arte bella, che era propria della nostra idea del bello, il bello si complica infinitamente, perché uno dice “ah che bello insomma, però diciamo è interessante, sembra una battuta, ma non è una battuta, l’interesse per la rappresentazione artistica anche da parte dell’artista è un interesse che è pieno di elementi intellettuali, di una riflessione che può essere filosofica, che può essere sociale, che può essere politica, eccetera, eccetera, no? Che cosa intende dire Hegel: che quest’arte così intellettualizzata non solo perde il suo valore cultuale, di culto, tutta la nostra tradizione ha collegato fino al seicento e all’inizio del settecento alla rappresentazione artistica aveva una funzione di culto, per un lungo periodo e poi appunto è diventata una faccenda privata, privata, ma non privata perché banale, tutt’altro, privata perché ha a che fare con la mia riflessione, con la riflessione mia, del mio io, del mio soggetto, che diventa l’elemento fondamentale anche della creazione artistica.”
Ebbene, iniziamo col ricordare che Hegel morì nel 1831. Il suo libro Lezioni di Estetica, da cui è tratta l’idea della morte dell’arte, è una raccolta di appunti del filosofo stesso a margine delle lezioni che tenne a Heildelberg , prima, e a Berlino dopo., appunti riordinati e raccolti in forma di libro quattro anni dopo la sua morte.
L’arte a cui fa riferimento Hegel, quindi, non può che essere quella romantica che trova in Caspar David Friedrich il suo esponente più noto in Germania e in Turner quello più noto punto. La differenza tra i due sta nel fatto che Friedrich era un onesto mestierante, mentre Turner un genio.
Su quelle basi figurative Hegel azzecca (ed influenza) tutto ciò che è poi seguito, anche se scrivere che l’arte romantica era così “pregna di elementi intellettuali” suona oggi un poco esagerato, così come invece è assolutamente stonato fare riferimento a Munch per esemplificare quel che Hegel descriveva. Peccato che Hegel sia morto, dicevamo, nel 1831 e Munch dipinse il celebre Urlo nel 1893.
Diciamo che l’arte è sempre stata espressione del comune sentire e per questa strada anche della (o delle) filosofia più accreditata in ciascuna epoca. Che con l’inizio dell’ottocento abbia iniziato a rompersi il vincolo sociale a favore di un individualismo sempre maggiore è fuori di dubbio e da questo punto di vista la riflessione era ed è assolutamente (ovvio) calzante.
Oggi che la filosofia si è sciolta in mille rivoli minori, parallelamente si sono moltiplicati i linguaggi artistici, ma non per questo è meno vero che per alcuni di questi i nostri nipoti parleranno di “genio”, mentre molti altri saranno seppelliti nella polvere del tempo.





