Due sera fa al Piccolo Grassi di via Revello ho assistito allo spettacolo de Il Ministero della Solitudine del collettivo teatrale La Casa di Argilla.

Dire che l’ora e quaranta di spettacolo senza intervallo vola via senza che uno non se ne accorga è una forzatura, anche se bisogna ammettere che i momenti di noia sono abbastanza limitati e soprattutto non continui.

Uscito, dicevo all’amico col quale ero che il testo mi era parso scombinato.

E’ la stessa conclusione a cui giunge il Corriere della Sera nella sua recensione di oggi.

La cosa non sorprende visto che il testo stesso non ha un autore, ma da quel che si capisce ciascun attore si è scritto il proprio copione, sempre rispettando ovviamente il tema.

Il tutto si muove a cavallo del drammatico e dell’ironico. Ironia che traspare dalla figura della centralinista del Ministero, interpretata da Tania Garibba, che vorrebbe muoversi a metà tra la Sora Cecioni della mitica Franca Valeri e la dottoressa dell’altrettanto mitica Anna Marchesini senza ovviamente raggiungere quelle vette. Il drammatico, invece, sono in tutte le altre quattro vicende.

Quel che alla fine si apprezza maggiormente sono gli stacchi musicali durante i quali gli attori ballano ognuno per contro proprio.

Il tema serio della solitudine sociale e della strampalata risposta inglese del 2018 di istituire un ministero della solitudine per contrastarne la diffusione avrebbe meritato ben altra penna. Guardando lo spettacolo ho pensato a cosa avrebbe potuto cavarne quel genio di Dario Fo.

Qui alla descrizione dei vari tipi di solitudine manca completamente l’analisi delle cause e in questo il testo si conforma alla moda letteraria attuale: brevi descrizioni senza approfondimenti, caratteri descritti alla belle e meglio in quattro e quattrotto.

Vale il biglietto? Solo come esempio di una certa drammaturgia contemporanea, ma anche in questo caso ho visto di meglio, nonostante la bravura degli attori in scena.