Giorgio Secchi, insieme a Marcello Duranti Rita Pugliese, è stato il protagonista di un incontro svoltosi il 19 novembre nell’ambito di Bookcity 2023 dal titolo “Da grande voglio fare lo scrittore”.

Quella è stata anche l’occasione per presentare i romanzi scritti da Rita, da Marcello e da Giorgio (Ritorno ad AteneAcqua, una storia fantasticaNon c’è tempo per un tango), romanzi questi che hanno alcuni punti (pochi) in comune. Uno di questi è che sono tutti e tre ambientati non in Italia. E la nostra chiacchierata con Giorgio inizia proprio da qui.

I vostri tre romanzi sono accomunati dal fatto di essere ambientati all’estero. Come mai?

Volevo raccontare la storia di un re-incontro tra due giovani che avevano vissuto una storia d’amore che non aveva potuto andare avanti proprio per gli eventi della Storia.  Ambientare il nuovo incontro quaranta anni dopo a Buenos Aires mi ha offerto l’occasione di non parlare solo del loro nuovo amore, ma anche di alcuni amici e compagni che avevo conosciuto in Italia, che, come Blanca, avevano vissuto l’esilio e potevano, da vecchi, ripercorrere quegli anni, la tragedia dei desaparecidos, il ricordo e la testimonianza di quello che era successo. La trama scelta per il mio libro non avrebbe potuto prescindere da un’ambientazione all’estero, perché  Blanca, é argentina, una ragazza in fuga dal suo Paese dove c’era stato un golpe.  E’ stata una scelta programmatica, per la quale ho deciso di passare qualche mese in Argentina prima di scrivere, nell’intento di ricostruire quel periodo storico e di individuare i luoghi dove far avvenire la vicenda di Blanca e Giovanni.

Quando hai iniziato a scrivere e quale è stata la tua motivazione?

Alle medie mi ero inventato, con un compagno di classe, il giornale della scuola. Abbiamo passato interi pomeriggi a dividere col righello un foglio di protocollo per organizzare lo spazio degli articoli e dei titoli, copiando gli stessi testi che avevamo scritto in decine di copie, tutte ricopiate a mano con la stilografica. Un lavoro da matti. Scrivere mi é sempre piaciuto e l’italiano era una materia che mi dava soddisfazione. Ricordo un tema a casa, appena iniziata la prima media “Davanti alla carta geografica”, una mappa del nostro Paese ai tempi dei Romani. Avevo immaginato i barbari che scendevano dal Norico, l’odierna Austria, le truppe mandate da Roma per contrastrarne l’avanzata, i sommovimenti nelle varie regioni. Una battaglia sanguinosa, con appostamenti, gesti eroici, trattative di pace. Il giudizio della professoressa fu lusinghiero, ma urticante per il mio orgoglio: “Bello, ma sarà farina del tuo sacco?”. Ricordo che telefonai in lacrime al mio insegnante delle elementari che si mise a ridere e mi confortò dicendo che siccome sapeva che il tema l’avevo scritto senza alcun aiuto dovevo capire che mi era stato fatto un complimento di cui avrei dovuto essere fiero. “Al primo compito in classe, aggiunse, potrai dimostrare che era stata tutta opera tua”.  E così fu. Il titolo assegnatoci fu “L’insegnante apre il registro”. Scrissi tutto d’un fiato una specie di thrilling, immaginando di seguire col fiato sospeso il dito dell’insegnante che scorreva sulla lista dei nomi, tremando quando si avvicinava alla mia lettera, nascondendomi dietro le spalle del compagno davanti come se servisse a non farmi vedere, e il sospiro di sollievo quando la scelta cadeva su qualcuno che non fossi io. Una situazione che abbiamo vissuto tutti, ma che probabilmente ero riuscito a rendere abbastanza bene, visto che il mio tema prese il voto più alto. Forse è nata allora la passione per la scrittura, per il piacere che mi dà provare a suscitare emozioni nel lettore.

Che cosa significa per te immaginare? Che ruolo ha avuto l’immaginazione nella creazione delle tue storie? Come sono nate le tue storie e da dove provengono i tuoi personaggi?

La mia storia affonda le radici nella cronaca che si è fatta Storia, dove é necessario rispettare il contesto, definendo bene i passaggi sul fondale della vicenda. Volevo raccontare una storia d’amore tra due anziani.  Non ho mai pensato a quegli amori teneri che nascono al circolo di quartiere tra un vedovo e una divorziata. Ecco l’immaginazione venire in soccorso della trama che avevo in mente per inventare lo spunto iniziale. Un viaggio in Argentina. Forse l’ultimo, pensa Giovanni, ingegnere in pensione ancora curioso della vita. Da assaporare con calma, senza un itinerario preciso. L’immaginazione torna utile per inserire nella trama l’incontro a Buenos Aires che riapre una storia d’amore iniziata quarant’anni prima a New York, con Blanca che torna a insinuarsi nei suoi pensieri. Di nuovo ecco l’obbligo di fare i conti e rispettare il contesto della vicenda, i fatti della Storia. A   separarli, allora, era stato il dramma del golpe militare argentino. La volontà di  Blanca, coinvolta nelle vicende del suo Paese, di continuare il suo impegno politico, di non lasciare spazio a una storia d’amore. Torna l’immaginazione, nel dare a entrambi, con una vita serena e appagata alle spalle, l’occasione di concedersi del tempo in un viaggio attraverso l’Argentina – in un periodo dell’esistenza in cui ci si sente prossimi al declino, all’assopimento delle passioni e delle prospettive di futuro – a fare i conti con i loro sentimenti, con nuovi desideri, con la storia e gli affetti che negli anni ciascuno ha costruito. In un corpo a corpo di parole, gesti ed emozioni.
E’ un intreccio continuo, il rapporto tra elementi di realtà, di Storia e l’immaginazione nello svolgimento del racconto.

Quali decisioni hai dovuto prendere prima, durante e alla fine della stesura del tuo romanzo?

La storia nasce con un inizio e una fine, quando ti appresti a scriverla. Ma cambia di continuo, man mano  che procedi nel lavoro, perché funziona così il piacere e il tormento dello scrivere: fare, disfare, rifare. E buttare, ovviamente. Sono arrivato a più di dieci revisioni del testo, una volta concluso il lavoro. Ricordo il finale. Una notte – ero a metà della storia che stavo scrivendo – mi sono svegliato con un’idea per il finale che mi sembrava perfetta. Mi sono messo a scrivere e ho proseguito, dalle cinque del mattino fino alle due del pomeriggio. Fatto! Mi sembrava perfetto, proprio il suggello che ci voleva per la mia storia. Un anno dopo, in fase di revisione del testo, proprio negli ultimi giorni prima di mandare il manoscritto all’editore – che lo aveva già accettato così com’era, con quel finale – mi è sembrato non andasse più bene. In due giorni ho riscritto il finale, quello che oggi è nel testo definitivo. Mai decisione mi è sembrata più efficace, una sorta di salvataggio sulla riga, all’ultimo minuto.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Non so suonare uno strumento, fatico a disegnare qualsiasi cosa. Avevo solo la scrittura per dare spazio e legittimità alle mie fantasie, ai miei pensieri. Le mie storie nascono in testa poi viene il momento di scegliere quali mettere sul foglio. La scrittura é il gioco che mi ha sempre fatto compagnia, in cui mi diverto a cercare le parole giuste per raccontare un’emozione: spavento, tristezza, allegria, eccitazione, malinconia, nostalgia. Lavoro sul testo tantissimo, con un accorgimento. Rileggere sempre ad alta voce, per togliere le rigidità, gli eccessi di riflessione, le parole inadeguate. Prima di scrivere i dialoghi a esempio, e nel mio libro ce ne sono molti, cammino per strada e provo a immaginare come i due di cui sto scrivendo parlino tra di loro, cercando di rendere l’immediatezza dello scambio, scontando anche un po’ di confusione perché quando ci si parla si ha un testo già scritto e rifinito, il dialogo è condizionato dallo stato d’animo dei due interlocutori, dalle loro emozioni in quel momento preciso.

Per concludere quale consiglio daresti a un giovane o non più giovane scrittore?

Avere un mestiere. Per non illudersi di fare i soldi facendo lo scrittore. Leggere, leggere, leggere. Di tutto. Cultura alta e cultura bassa. La cronaca, meglio se è scritta bene, ma anche quella sciatta, perché si può capire cosa evitare, nel proprio testo. E vivere, non avere fretta di mettersi a scrivere. Stare alla larga dall’autobiografia: non sempre le nostre vite sono davvero interessanti. O così speciali. Se però è la vostra storia che volete raccontare fate una visita a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, all’Archivio nazionale dei diari e scoprirete quante preziose testimonianze di scrittura vi siano conservate. Oggi gli editori sono poco curiosi, preferiscono sempre puntare sui nomi sicuri. E molte volte si sono sbagliati.  Morselli si è suicidato perché nessun editore pubblicava i suoi libri, ma poi i suoi romanzi sono sopravvissuti alla sua morte e continuano a essere letti e apprezzati. Uno, prima di tutto, deve scrivere per sé, non è detto che servano per forza lettori, importante é provare piacere nel farlo.