Rita Pugliese, insieme a Marcello Duranti e Giorgio Secchi, è stata la protagonista di un incontro svoltosi il 19 novembre nell’ambito di Bookcity 2023 dal titolo “Da grande voglio fare lo scrittore”.
Quella è stata anche l’occasione per presentare i romanzi scritti da Rita, da Marcello e da Giorgio (Ritorno ad Atene, Acqua, una storia fantastica, Non c’è tempo per un tango), romanzi questi che hanno alcuni punti (pochi) in comune. Uno di questi è che sono tutti e tre ambientati non in Italia. E la nostra chiacchierata con Rita inizia proprio da qui.
I vostri tre romanzi sono accomunati dal fatto di essere ambientati all’estero. Come mai? È una scelta consapevole o casuale?
Direi come premessa che noi apparteniamo a una generazione che o per lavoro o per diletto ha viaggiato molto. Questo ci ha portato a conoscere persone e mondi e credo abbia influito, magari in modi diversi, sull’ambientazione delle nostre storie che non sono circoscritte all’Italia. Per quanto riguarda il mio libro, la storia è nata in Grecia, che ho a lungo frequentato per le vacanze. Una ventina di anni fa, in una vacanza pasquale sono stata in un albergo di Atene, Ava Hotel (che doveva essere anche il titolo del romanzo, se la casa editrice non avesse osservato che faceva venire in mente…Calimero!), un albergo che tuttora esiste e che mi aveva colpito per lo stato quasi di abbandono in cui si trovava. La sua particolarità ne ha fatto il protagonista del mio romanzo. Se voleste andarci, oggi è di nuovo un hotel di charme a un passo dal Partenone.
Quando hai iniziato a scrivere e quale è stata la tua motivazione?
Mi è sempre piaciuto scrivere, nel senso materiale del termine: vedere quei segni che la mano forma sulla pagina bianca, non semplici segni grafici ma significati, mondi, piccoli o grandi che siano. Mi piace scrivere, meglio sarebbe dire scribacchiare, nel senso che riempio quadernetti e taccuini di noterelle di ogni genere, alcune poi finiscono nelle cose che scrivo; farlo magari seduta al tavolino di un bar mi regala un piccolo momento di felicità.
Se poi si intende quando ho iniziato a scrivere un romanzo, ricordo di avere cominciato a scriverne uno di genere western, alle elementari o forse in prima media, sicuramente suggestionata dai telefilm che vedevamo in tv o dalle storie di Tommy River, personaggio di Mino Milani, che amavo molto. Alle elementari ho scritto qualche sceneggiatura, adattamenti di fiabe per recite scolastiche di cui ero anche regista, capocomico ecc. Poi la mia “vocazione artistica” ha subito un lungo stop, ma ho sempre scritto per lavoro, come autrice di testi scolastici e quindi occupandomi sempre di letteratura, di narrativa in particolare, e di didattica della lingua scritta. Al romanzo sono arrivata da pochi anni, ho sempre pensato di non essere capace non tanto di scrivere quanto di costruire una storia, e forse l’assidua frequentazione con la letteratura mi faceva sentire inadeguata di fronte agli scrittori, quelli veri. Non saprei dire quale è stata la motivazione per cui alla fine ho iniziato, forse semplicemente mi sono trovata tra le mani una storia e mi è piaciuto raccontarla, è stata un’esigenza raccontarla.
Che cosa significa per te immaginare? Che ruolo ha avuto l’immaginazione nella creazione delle tue storie? Come sono nate le tue storie e da dove provengono i tuoi personaggi?
Non penso di essere capace di immaginare una storia ex novo, l’ho fatto solo con qualche raccontino di poche righe. Le mie storie partono sempre da uno spunto reale, che può essere una situazione o una persona in cui mi sono imbattuta, un fatto di cui sono venuta a conoscenza. Chi scrive in fondo è un ladro: ruba sguardi, caratteri, dialoghi da ciò che ha attorno a sé, osserva la realtà e se ne serve per costruirne un’altra parallela. Così è stato per Ritorno ad Atene: come ho detto Ava Hotel doveva essere stato un albergo molto bello, lasciava intravedere un passato ben diverso dallo stato in cui io lo vedevo. “Modesto ma pulito” lo definiva la Lonely Planet. Mi sono chiesta un po’ per gioco che cosa potesse essere accaduto, chi fossero quelle due persone anziane che sembravano gestirlo e ho inventato una storia. Si parte sempre da un plot, un nucleo: ho immaginato una coppia legata, inchiodata per un qualche motivo, forse un ricatto, a quel luogo, a quell’albergo. Quindi ho cercato di ricostruire la loro vita andando indietro nel tempo. Per farlo ho dovuto studiare, documentarmi sulla storia di Atene dagli anni Cinquanta quasi fino ai giorni nostri. E così mi sono imbattuta in vicende e personaggi che sono entrati, del tutto trasfigurati, nella mia storia, come il gruppo di archeologi americani che lavorarono alla ricostruzione della Stoà di Attalo negli anni Cinquanta. A parte l’archeologa Virginia Grace, una figura di donna straordinaria, nessuno dei personaggi del romanzo è realmente esistito, ma le loro esistenze sono plausibili e si sono concretizzate nel corso della scrittura.
Quali decisioni hai dovuto prendere prima, durante e alla fine della stesura dei tuo romanzo?
Le decisioni sono continue, a volte inconsapevoli. Sicuramente ho deciso che avrei scritto un romanzo in terza persona. Nel senso che non scrivo comunque storie autobiografiche, è qualcosa che non mi appartiene, ho bisogno di una distanza rispetto alla storia narrata. Poi la decisione di scrivere “quella storia”, e di usarla per introdurre temi, argomenti che in quel momento mi stavano a cuore, come il mistero del matrimonio, un’unione che a volte persiste al di là della stessa volontà dei coniugi; come il desiderio, o il non desiderio, di paternità e di maternità; come le possibilità di cambiamento che offre la lontananza dai propri luoghi. Alcune scelte sono offerte dalla realtà dei fatti, come l’introduzione della figura di Medea, elemento chiave nel racconto, che ho “afferrato” dopo avere letto che la tragedia di Euripide era stata messa in scena proprio per l’inaugurazione della Stoà.
Altre decisioni sono state successive, come quella, suggeritami dall’editor di Solferino, di dividere il romanzo in due parti, o quella, a romanzo concluso, di introdurre un capitolo e un nuovo personaggio che contribuisce a rinvigorire la storia. Le decisioni nascono nel corso della stesura del romanzo, sono i fatti narrati che impongono certe domande: e ora come proseguo? questo personaggio scompare o ritorna più avanti? questa pagina di dialogo non è troppo fitta? forse dovrei inserire una descrizione (come suggerisce la redattrice) ma alla fine no, decido di no.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
La scrittura è ciò che fa di una storia un romanzo. La trama, per quanto possa essere originale o avvincente, non basta per fare un buon romanzo. Dedico una particolare, profonda attenzione alla scrittura, che deve per me essere incisiva, asciutta e nello stesso tempo cantante, nel senso che deve avere un ritmo, una modulazione che segue la storia. Per questo leggo e rileggo infinite volte, e anche a libro finito e stampato penso che lì avrei potuto mettere una punteggiatura diversa, avrei potuto evitare una rima che è sfuggita anche all’ennesima rilettura. Forse il mio lavoro ha inciso su questa mia attenzione alla scrittura: oggi ciò che più mi colpisce leggendo è proprio la scrittura, il modo in cui uno scrittore racconta. Molti scrittori contemporanei, soprattutto italiani, hanno una scrittura poco personale, sulla quale si sente l’eco delle scuole di scrittura, dove insegnano le regole della scrittura creativa. La conoscenza delle tecniche narrative è importante, ma bisogna imparare a manipolarle, a trasformarle, a farle proprie, magari a capovolgerle.
Scrivere poi è un lavoro faticoso ma divertente, c’è chi dipinge, chi lavora a maglia, chi raccoglie francobolli, ecco scrivere per me è più di un hobby, è qualcosa che occupa felicemente e produttivamente il mio tempo, che mi consente di trasferirmi nel tempo e nelle vicende della storia che sto raccontando.
Per concludere quale consiglio daresti a un giovane o non più giovane scrittore?
Prima di tutto leggere, leggere, leggere. Anche chi volesse scrivere qualcosa di totalmente nuovo, di innovativo non può fare a meno di confrontarsi con ciò che c’è stato prima. È il prima che consente il nuovo. Poi consiglierei di scrivere per se stessi, per divertirsi, senza essere ossessionati dall’idea di pubblicare, cosa difficilissima, o di diventare famosi. Magari accadrà, ma anche no: se mai riusciamo a pubblicare, poi occorre farsi conoscere, raggiungere un certo numero di lettori, vendere un numero sufficiente di copie che ci faccia balzare all’attenzione di un pubblico più ampio.
Può essere utile frequentare una scuola di scrittura, soprattutto per farsi leggere da altre persone che non siano i propri amici (spesso troppo benevoli o poco competenti). E poi consiglio di partecipare ai concorsi, ce ne sono moltissimi; selezionate quelli che meglio si adattano a voi, per il genere, l’argomento o l’età. Chi partecipa viene sicuramente letto e più o meno premiato, magari con un premio di consolazione, che però dice “dai, sei sulla buona strada, continua”.
Essere pubblicati è difficilissimo, anche perché le case editrici sono inondate di manoscritti; alcune scrivono esplicitamente sui loro siti che non sono in grado di accoglierne altri. C’è però oggi la possibilità di pubblicare in e-book. Ad esempio con Kindle Direct Publishing o con Wattpad, un social network di lettura e scrittura. Spesso le case editrici fanno scouting tra questi libri e cercano così nuovi nomi e nuove storie da pubblicare. Ne è un esempio Rokia, scrittrice giovanissima, che ha pubblicato in questo modo un romanzo che ha scalato le classifiche e poi è stata pubblicata da Salani in forma cartacea. Perché credo che alla fine avere in mano il proprio libro di carta, annusarlo, sfogliarlo sia, anche nell’era del digitale, una delle più grandi soddisfazioni che si possa avere.

