Durante Bookcity Prima i Lettori ha organizzato un incontro dal titolo “Da grande voglio fare lo scrittore“. Quel giorno al dibattito hanno partecipato Marcello Duranti, Rita Pugliese e Giorgio Secchi.
Ecco il punto di vista di Marcello Duranti (autore di Acqua, una storia fantastica) sui vari punti toccati durante l’incontro.
Ecco, voi quando avete iniziato a scrivere e quale è stata la vostra motivazione?
Tutti scriviamo: dalla lista della spesa ad un messaggino, da un diario a qualche pensierino o poesiola, ma per essere uno scrittore bisogna che qualcuno legga quello che abbiamo scritto. Per questo, nel mio caso, preferirei definirmi “uno che scrive”.
In effetti sono uno che ha scritto tutta la vita, ma in ambito scientifico. Con quello che ciò implica: ossia rimanere aderenti alla realtà fattuale, o meglio al dato sperimentale, uccidendo così la fantasia e la creatività.
Dunque per diventare uno che scrive storie ho dovuto fare essenzialmente tre cose: la prima durante la mia adolescenza, la seconda quando sono andato in pensione e la terza… sempre. Vediamole brevemente:
- leggere, leggere, leggere. Ho letto molto da ragazzo. Di tutto. Dai grandi classici dell’avventura fino alla fantascienza, ma persino intere enciclopedie. Ricordo perfettamente i venti volumi dell’Enciclopedia dei Ragazzi, Mondadori…;
- liberarmi dai vincoli dello scrivere scientifico e dare libero sfogo alla mia fantasia;
- camminare; perché è camminando, meglio se in un bosco di montagna, che libero la mente dai vincoli della quotidianità e mi pongo all’ascolto dei pensieri che vagano liberamente nella mia testa.
Che cosa significa per voi immaginare? Che ruolo ha avuto l’immaginazione nella creazione delle vostre storie? Come sono nate le vostre storie e da dove provengono i vostri personaggi?
L’immaginazione è per me la potenza creativa su cui si può innescare l’ispirazione. Naturalmente non tutte le idee, gli stimoli, gli spunti che nelle mie passeggiate mi cadono in testa, come gocce d’acqua dalle foglie degli alberi, sono valide. Anzi. La maggior parte è immediatamente scartata. Ma di tanto in tanto un’idea può apparirmi più stimolante e feconda di altre e su quella posso cominciare a lavorare, a svilupparla, concretizzandola magari in una storia…
Prendere decisioni, lo scrittore israeliano Amos Oz dice che per scrivere bisogna prendere molte decisioni: ma che cosa significa esattamente? Quali decisioni avete dovuto prendere prima, durante e alla fine della stesura dei vostri romanzi?
Per quanto già detto, non sono solito sedermi davanti a un foglio bianco con la penna in mano in attesa dell’ispirazione. Tanto meno mi siedo in un bar affollato del centro a osservare la gente e il traffico passare. No. Vado a camminare da solo e lì “scrivo” mentalmente. Quando torno a casa, se quello che ho pensato mi sembra abbia un senso, lo trascrivo. In un certo senso scrivo sotto dettatura, ma sono io che detto.
Poi rileggo, a distanza di tempo, e quello che non quadra spesso salta fuori da solo dalle righe. Così si tratta di fare delle modifiche al testo più o meno radicali. Ma vivo questa fase con molta leggerezza, senza le ansie e le preoccupazioni che descrive Amos Oz.
Certo poi c’è la fase dell’editing prima dell’autore e poi di chi ti pubblicherà e lì il lavoro diventa più sistematico e rigoroso.
Pamuk, anche lui premio Nobel (2006), sembra quasi mettere le storie in posizione subalterna rispetto alle parole, la cui scelta, la cui collocazione costituiscono il lavoro paziente e ostinato dello scrittore. Quale è il vostro rapporto con la scrittura?
Scrivere e leggere sono, secondo me, due attività speculari. E lo specchio che separa l’autore dal lettore è il libro. In esso e nelle parole che vi sono scritte si è rispecchiato l’autore per primo, ma poi tocca al lettore fare la sua parte. Naturalmente secondo la propria sensibilità; quindi non è detto che l’intenzione dell’autore che ha usato certe parole sia recepita fedelmente dal lettore. In pratica, lo specchio rappresentato dal libro e dal testo può anche essere anche deformante rispetto alle intenzioni dell’autore. L’importante è che generi comunque un’emozione.
Per concludere quale consiglio dareste a un giovane o non più giovane scrittore? Come perseguire il proprio sogno?
Nelle parole di Pamuk mi ha colpito in particolare il riferimento alla pazienza. La pazienza serve in tutte le fasi: dalla costruzione della storia alla sua scrittura e poi, ancora, quando si arriva al momento della ricerca di un editore (forse per me la parte più complicata e frustrante).
In tutti i casi l’importante è non avere fretta. Mi verrebbe da dire: calma, le storie saranno loro a trovarvi.
Vorrei aggiungere una piccola nota polemica, in conclusione. Non rivolta ad alcuno in particolare, bensì al mondo che oggi viviamo e ai suoi meccanismi spesso perversi.
Un tempo un uomo, una donna scrivevano qualcosa e se questo qualcosa era avvincente potevano anche diventare famosi. Scrittori famosi appunto.
Oggi avviene l’esatto contrario: uno diventa famoso, per esempio perché gioca bene al calcio o è una star del cinema o ancora ha attraversato l’oceano su una barchetta o ha fatto qualche altra impresa o azione eccezionale e improbabile. Allora scrive e, inutile dirlo, il suo libro andrà a ruba perché era già famoso e questo in modo indipendente dal contenuto e dalla qualità di quello che ha scritto.
Non piace a me e a molti, ma purtroppo è così e l’editoria segue questi schemi.


Concordo con l’ultima risposta. La questione del valore sembra invertita. La notorietà viene prima della scrittura e non da essa, come dovrebbe naturalmente essere. La qualità, però, alla lunga, rimane e viene vista, ma ci vuole pazienza.
Bella intervista!
"Mi piace"Piace a 1 persona