Da Giuliano della casa editrice Il Rame e la Foglia ricevo questa segnalazione che volentieri diffondo.
La nostra collana Romanzi si arricchisce di un nuovo titolo, il n. 21: “Rancore”, di Concetta D’Angeli, già autrice di “Le rovinose”, Premio Forum Traiani 2021 e Premio Città cava de’ Tirreni 2022, Marchio MicroEditoria di Qualità 2023, presentato al Premio Strega 2022 da Paolo Ruffilli.
«Nella sospensione che la tragedia collettiva autorizzava avemmo l’impudenza di reclamare la felicità. […] Eccola qua, la Grande Madre, nella sua assolutezza; bellissima rigogliosa potente, dice all’umanità che bisogna sottostare al suo volere.»
Un breve estratto dell’intervista all’autrice:
Il titolo “Rancore” evoca già una carica emotiva forte. Da dove nasce questa scelta, e come si lega ai temi centrali del romanzo? Quali sono le ferite, le tensioni o le domande che attraversano questa opera in prosa, e in che modo il rancore –inteso come sentimento, come motore narrativo o come specchio sociale – ne diventa il filo conduttore?
Io do un’interpretazione insolita della parola “rancore”. Per me non è un sentimento composto di rabbia, violenza, irrazionalità inspiegabile; è piuttosto il risultato finale di un confronto con la vita. Bisogna tener presente che le protagoniste del romanzo sono quattro donne anziane (tra i sessanta e i settant’anni); è raro che a quell’età i bilanci esistenziali diano, se fatti con sincerità, una somma positiva; per lo più registrano amarezze, fallimenti, nostalgie, rimpianti. Lo affermo per esperienza personale e anche perché osservo con attenzione i percorsi psichici delle mie coetanee: di rado quei conti si chiudono in pareggio, tantomeno in positivo. Il rischio di sprofondare nella depressione diventa allora un serio pericolo ma, sebbene non esistano contromisure di sicura efficienza, penso che possa aiutare sia escludere le consolazioni più facili, più a portata di mano, quelle che si agguantano per tradizione e per automatismo (ma volatili o provvisorie se lo sguardo è disincantato), sia riconoscere i propri errori, acquisire consapevolezze aspre, per esempio il rancore, che raccoglie e distilla l’odio (per gli altri e per se stessi) e suggerisce la posizione intermedia da assumere nei giudizi retrospettivi, poiché gli errori e le colpe non stanno mai da un’unica parte. Solo questa dolorosa consapevolezza penso che possa portare all’accettazione delle contraddizioni e delle sconfitte ed evitare le tante, spesso contraffatte forme di depressione che scaraventano nella morte prima ancora che la morte s’impossessi di noi.
