Che dire dopo aver visto ieri sera il film che ha regalato l’Oscar come migliore interpretazione femminile a Jessie Buckley?

Sulle prime, all’uscita dal cinema, sentimenti contrastanti.

Al di là della facile constatazione che è più facile interpretare personaggi così passionali e sofferti come Agnes Hathaway che altri più sottilmente complessi (che so Ethel Thayer o Christina Drayton), non capivo le ragioni che avevano portato la regista ad inondare la prima parte del film di stupende riprese di boschi, alberi e radure e farle scomparire nella seconda parte. E me lo chiedevo con insistenza proprio perché quelle riprese e quel rapporto con la natura mi erano e mi sono tanto piaciuti.

Una possibile interpretazione era che la prima parte era all’insegna della vita (l’amore nascente, i figli), mentre la seconda era all’insegna del dolore e della morte. Quando c’è l’amore e i figli, c’è natura. Nel dolore e con la morte solo buie stanza mal illuminate e ancor meno riscaldate. Una interpretazione che mi convinceva solo in parte.

Poi, stamani, ho pensato ad altro: il film più che sulla vita di Shakespeare e di sua moglie, o meglio, più che sulla vita della moglie di Shakespeare pare essere centrato su una certa femminilità, una femminilità che ai suoi albori è natura, prepotentemente natura, indissolubilmente natura e che poi l’amore e i figli rendono sociale. Tanto che, al termine di questo percorso, il finale a teatro, visto da molti come un inno al potere terapeutico della rappresentazione, con quelle mani tese proprio a partire dalla protagonista sancisce la definitiva trasformazione della personalità della selvatica protagonista.

O forse addirittura sembrerebbe (oso da maschio) essere una riflessione proprio sulla femminilità, specie in un tempo nel quale le femmine non dovevano neanche studiare proprio perché il loro compito era quello di essere natura. Non per nulla Susanna, la prima figlia, viene partorita nel bosco, alle radici di una enorme albero, là dove gli animali della foresta avevano scavato una grande e oscura buca e con le radici in superficie cui Agnes si aggrappa.

Tutto ciò detto il film si fa apprezzare nonostante una certa lentezza e ripetitività (mai visti tanti telefonini accesi in sala durante la proiezione), forse anche grazie al solito meccanismo voyeristico di spiare dal buco della serratura la vita di un grande e di sua moglie, perché se è vero tutto quanto ho fin qui scritto, è altrettanto vero che la storia sarebbe stata meno seguita e “importante” se di là dall’altra parte del cielo non ci fosse stato il sommo.

Che poi il celebre monologo debba la sua nascita al dolore straziante per la perdita del figlio è una affascinante prospettiva resa verosimile dalla grandezza di quella riflessione su quello stato universale nel quale tutti almeno una volta nella vita ci si è trovati, schiacciati tra il cupio dissolvi e l’istintivo ed essenziale bisogno di vivere.

Conclusione: va visto o si può spendere i propri quattrini in altro?

Diciamo così: se si va alla ricerca di una possibile interpretazione della vita del Bardo, allora la versione filmica di qualche anno fa di Kenneth Branagh (Casa Shakespeare in italiano o All is true in lingua originale) che tratta, per quanto partendo da qualche anno dopo, le stesse vicende, era ed è più fascinosa. Se invece si cercano spunti di riflessione su cosa significava essere donna in quel periodo e per certi versi ancora oggi allora il film merita.

Resteranno nella mia memoria, io credo, alcune scene memorabili, tutte legate alla prima parte del film: i boschi, il vento, il falco e il parto alle radici dell’albero. Quelle sole forse valgono esse sole il biglietto.