Ricevo da Claudio Cherin questa bella recensione del romanzo del 20015 di Antonia Arslan, padovana di origine armena, ha insegnato Letteratura Italiana all’università, e ha pubblicato La Masseria delle allodole (2004), La strada di Smirne (2009), Il rumore delle perle di legno (2015) e Lettera a una ragazza in Turchia (2016).
Il rumore delle perle di legno di Antonia Arslan (Rizzoli, 2015) è un libro di sussurri. Di presenze, di ricordi. A evocarli è la Bambina invecchiata (così si definisce l’autrice nel raccontarsi in terza persona). Sullo sfondo c’è la fine della Seconda guerra mondiale, la morte del nonno armeno e lo spostamento della famiglia dal Veneto a Roma, a casa dei genitori della madre.
Nei racconti ci sono anche sotterfugi di una bambina primogenita, gelosa dei suoi fratelli, che cerca di attirare l’attenzione della mamma, impegnata a occuparsi degli altri fratellini più piccoli.
Frequenti gli accenni alla cultura armena e a quella italiana che si incontrano. Questo perché il padre Khayel aveva sposato Vittoria, romana di dieci anni più giovane di lui. Una giovane donna che «camminava con passo spavaldo facendo ondeggiare le gonne, seminando ordini, consigli, suggerimenti, carezze».
Vittoria aveva studiato in Inghilterra due anni presso un collegio di suore, dove aveva imparato inglese e francese. Durante la Seconda guerra mondiale la famiglia di Antonia si era trasferita da Padova in campagna nella Riviera del Brenta, nella bella villa del nonno Yerwant vicino Dolo. «Là s’incrociarono per lei Oriente e Occidente: l’amore senza misura e senza confini del nonno italiano, che si piegava a ogni suo capriccio e osò resisterle solo una volta (ma poi le chiese scusa), e l’altro paziente amore, riservato e previdente, del nonno armeno, i suoi occhi sotto le palpebre pesanti, i suoi racconti che le fecero dono, sotto i glicini dell’albergo alpino Fratelli Doglioni, della Patria Perduta aldilà del mare. Là c’erano le storie a cui il suo cuore anelava, c’erano orrore e coraggio, amore e morte e desolazione».
Il nonno Yerwant «vero gentiluomo orientale» è stato il faro che aveva illuminato l’infanzia della bambina. Da lui la bambina ha modo di conoscere la storia che il nonno, armeno, si porta alle spalle. Da lui impara la necessità e la bellezza del raccontare. Con una voce bassa e vibrante, il nonno, prossimo alla morte, racconta alla nipote la sua infanzia nella perduta Armenia, le tante storie dai tanti colori della terra dei meloni giganteschi e dei grappoli grandi. Storie queste che sarebbero rimaste dentro la futura scrittrice «nascoste e vigili e protette nel loro cassetto segreto».
La bambina, che vuole fare la cantante e l’archeologa, scopre presto il magico e infinito mondo della lettura, tanto da sostenere che «leggere era così divertente», che i libri erano esseri viventi e senza di essi non si può vivere. Per questa intelligente bambina la felicità consiste nel leggere senza essere disturbata nella luce radente di un pomeriggio d’agosto.
Non sempre la narrazione de Il rumore delle perle di legno di Antonia Arslan segue un filo cronologico, talvolta procede per salti temporali sull’onda dei ricordi: tocco di verità che rende attraente ed evocativa questi ricordi senza languori, fatti con gli occhi di una bambina che non finisce di sorprendersi davanti alla vita.
Questo rende il libro di rapidi passaggi che alludono all’infanzia e ai ricordi, alle storie sentite e alle persone conosciute. Che vengono evocate e raccontato, ma mai descritte. Seguendo più gli sbalzi della memoria e dell’oralità che non una narrazione canonica.
I registri usati sono diversi. Alla drammaticità che caratterizza i primi due episodi (in cui si racconta della guerra) si passa a un tono intimo, pacato, spesso ironico e divertito, di chi rievoca, ad anni di distanza, i fatti minuti di famiglia con la vasta schiera di amici e conoscenti, le estati al mare o in montagna, il percorso scolastico, il primo amore. Così nei due capitoli iniziali, che abbracciano gli anni finali della guerra, quando l’autrice è solo una bambina, è appena accennato il bombardamento che a Padova ha quasi distrutto l’edificio dove abitano gli Arslan, lasciando indenne il bar dalle tendine di legno.
