Fra dieci giorni saremo chiamati a approvare o non approvare la riforma costituzionale che l’attuale maggioranza di governo ha approvato imponendo la fiducia in parlamento. Ossia, traduco, il parlamento italiano non ha discusso questa riforma così come invece ha fatto in tutte le altre e precedenti riforme costituzionali. Si dice sempre che la costituzione è di tutti: quella qui al voto dei cittadini (senza quorum) non è di tutti, ma solo dell’attuale maggioranza, che sarà bene ricordare governa forte del voto di circa il 25% dei cittadini italiani.

Ora io voterò NO a questa riforma.

Lo scopo della riforma è stato più volte espresso da autorevoli membri del governo e della maggioranza, così come è stato chiarito ancora una volta più volte sempre dagli stessi proponenti che questa riforma non migliorerà i tempi della giustizia.

In una serie di conversazioni private con amici che voteranno sì, sono emerse queste considerazioni.

Ci battiamo contro un potere assoluto e incontrastato come quello dei pm che condizionano anche la magistratura giudicante che per fare carriera ha bisogno dei loro voti in CSM. Non è’ un caso che i giudici più liberi nei confronti dei pm siano quelli della Cassazione che non devono fare più carriera.

Grazie ad una attività professionale attenta e prudente non ho mai avuto a che fare con la Magistratura, ma dalla lettura dei giornali non mi pare che i PM abbiamo questo potere assoluto e incontrastato: i PM indagano e a volte chiedono la carcerazione preventiva, richiesta che è esaminata da giudici terzi che la convalidano e la negano. Dove è il potere assoluto e incontrastato?

Finalmente si concluderà quella riforma verso il processo accusatorio e non più inquisitorio iniziato anni fa da Vassalli”

Tutte pippe da avvocati. Se il processo accusatorio (che dovrebbe mettere sullo stesso piano accusa e difesa – ma perché adesso non lo sono?) vuole scimmiottare i profili anglosassoni, ebbene io preferisco di gran lunga l’impostazione nostrana, dove il PM deve accertare la verità non cercare per forza un o il colpevole. Leggendo un articolo in ricordo del PM D’Ambrosio è emerso proprio questo: D’Ambrosio iniziò un procedimento a metà del quale disse che si era sbagliato e che l’inquisito non aveva responsabilità Una eccezione? Io non credo, proprio perché il meccanismo con i giudici del riesame e tutti gli altri è tale da cercare di ridurre al minimo fisiologico gli errori che comunque, come in qualsiasi attività umana, esistono e ci saranno sempre.

Da questo punto di vista illuminante questo intervento di Piero Calamandrei (Assemblea Costituente, 27 novembre 1947)
«[…] Si è parlato, in questi giorni, da vari oratori, del pericolo che la magistratura diventi un “quarto potere”; si è parlato del pericolo che la magistratura diventi una casta chiusa, uno Stato nello Stato, una specie di cittadella inespugnabile, sottratta ad ogni controllo della sovranità popolare.
Ebbene, onorevoli colleghi, io credo che queste preoccupazioni siano smentite dalla struttura stessa che noi abbiamo dato a questo progetto. Noi abbiamo voluto che la magistratura fosse indipendente, ma non abbiamo voluto che fosse separata dalla nazione. L’indipendenza che noi rivendichiamo per i magistrati non è un privilegio dei magistrati: è una garanzia dei cittadini.
Perché il cittadino sia libero, occorre che il giudice sia indipendente.
Ma v’è un punto su cui la discussione è stata più viva: quello del Pubblico Ministero. Si è detto da alcuni: “Sia pure l’indipendenza per il giudice che giudica; ma il Pubblico Ministero, che è il promotore della giustizia, che è l’organo che deve dare l’impulso al processo, deve essere in qualche modo collegato al Potere esecutivo”.
Noi abbiamo risposto di no. Abbiamo risposto che anche il Pubblico Ministero deve essere un magistrato; che anche il Pubblico Ministero deve avere le stesse garanzie di indipendenza del giudice. Perché se voi lasciate il Pubblico Ministero sotto la dipendenza del Governo, voi venite a mettere la giustizia penale sotto la dipendenza della politica.
Se il Pubblico Ministero deve attendere un cenno del Ministro per sapere se deve o non deve iniziare un processo penale contro un uomo politico, se deve o non deve insistere nell’accusa, in quel momento la giustizia penale è finita, e la libertà del cittadino è perduta.
Il Pubblico Ministero, nell’ordinamento che noi abbiamo tracciato, non è l’avvocato dell’accusa: è un magistrato, il quale ha l’obbligo di cercare la verità, anche se la verità giova all’imputato. Egli appartiene all’ordine giudiziario; egli respira la stessa aria di imparzialità che respira il giudice. Questa è l’unità della magistratura che noi abbiamo voluto difendere: l’unità che deriva da una comune cultura, da un comune concorso, da una comune coscienza di magistrato che non deve servire nessun altro padrone se non la legge.»

Altro da aggiungere? Sì.

La maggioranza cerca il merito, affermando che fanno carriera quei giudici intruppati nelle diverse correnti della magistratura? Se avessero cercato il merito non serviva una riforma costituzionale, ma bastava una leggina che imponesse al CSM di basare le proprie proposte di carriera in base al numero di sentenze favorevoli confrontato con quello delle sentenze contrarie.

La maggioranza nega di voler legare i PM all’esecutivo, ma poi ricorda che in molti stati europei è così? Ebbene faccia questa proposta (che i PM escano dalla magistratura ed entrino nel Ministero della Giustizia e Degli Interni) e magari una parte consistente di cittadini potrebbe essere a favore.

Quello che è insopportabile è questo pasticcio dei due CSM e dell’Alta Corte.

Per prima cosa perché andando ad innovare così pesantemente sulla vita professionale dei magistrati questo, come tutte le riorganizzazioni, comporterà un allungamento dei tempi della giustizia, visto che i magistrati saranno impegnati a capire cosa cambia e come comportarsi.

Per seconda cosa, fare il magistrato è una cosa, fare il membro del CSM è un’altra. Per questa seconda funzione serve esperienza e profonda conoscenza del corpo dei magistrati e dei meccanismi organizzativi dei tribunali italiani. Non sono qualità che si trovino a sorteggio.

E poi si vuole interrompere l’inciucio della correnti: ma davvero pensa la maggioranza che comunque, come in ogni altra organizzazione, non si creeranno nuove cordate e nuovi amici degli amici?

In sintesi, una riforma che triplica i costi per i cittadini (da uno a tre organi) e non solo non migliora i tempi della giustizia, ma per i prossimi anni causerà un ulteriore rallentamento.

La verità è che si vogliono punire i PM. Punto. Ogni altra considerazione sul bene collettivo esula da questo tema. I proponenti sono tutti signori che per il mestiere fatto sono entrati più volte a confronto con PM e giudici e deve essere davvero irritante e inconcepibile che con le loro ricchezza e potere si trovino a dover fronteggiare un ordine che, salvo alcune code malate, di soldi e potere se ne frega.