Da Claudio Cherin riceviamo la recensione di questo romanzo che chiude la trilogia della Ditlevsen. Dipendenza era stato anche tra i dieci libri più venduti presso la libreria La Zafra qualche anno fa. A questo link potrete trovare la presentazione del testo da parte dell’editore. Qui sotto, invece, la belle recensione di Claudio.
Tove Ditlevsen ‒ scrittrice danese, nata nel 1917 e morta nel 1976 ‒ racconta con intensità la difficoltà di essere donna.
In Infanzia, Ditlevsen ricorda suo padre Ditlev, un convinto socialdemocratico che aveva ambizioni letterarie, finito a fare il fuochista dodici ore al giorno. Tove lo guarda sfogliare il Socialdemokraten, si forma sui libri della sua biblioteca, vorrebbe parlare con lui. Ma Ditlev è scostante perché «non sa cosa dire a una bambina». E sostenere, quando Tove dice di voler scrivere, che «le femmine non possono fare le scrittrici».
Alfrida, sua madre, non è da meno. Tove cerca affetto, assecondandola, stando ben attenta a non turbarla: è una donna nervosa, che «si veste con movimenti bruschi e rabbiosi, come se l’abbigliamento fosse un’offesa alla sua persona». Alfrida ha «mani che sanno di bucato» e le incute terrore; vuole che sua figlia si sposi, che trovi un uomo affidabile e con un buon lavoro – perché sa che la vita che vive non è quella che aveva immaginato da ragazza.
La Grande Depressione giunge, e porta la povertà, che è «vergogna insopprimibile, alla stregua dei pidocchi e dell’affido familiare».
A scuola, per sfuggire alle compagne di classe si fa oggetto di riso e di scherno, per essere lasciata in pace. In segreto scrive poesie e coltiva il sogno di liberarsi dall’«odore dell’infanzia». Mondo in cui solo Ruth è sua amica.
In Gioventù lo scenario cambia: giunge l’‘educazione sentimentale e intellettuale’ tanto agognata. Conosce il signor Krogh, un vecchio bibliofilo, che le presta i libri della sua sterminata biblioteca; conosce Erling, un ragazzo con cui esce tutti i sabati.
Presto il signor Krogh sparisce senza lasciare tracce; la storia con Erling finisce; il caporedattore del Socialdemokraten, che le aveva promesso di valutare le sue poesie per pubblicarle, muore. Tove, allora, passa da un lavoro all’altro, da un ragazzo all’altro, va a vivere da una donna che inneggia a Hitler, che è diventato cancelliere e ha invaso l’Austria. A consolarla rimangono le poesie.
Quando conosce il vecchio e affascinante caporedattore, Viggo F. Møller, che la pubblica, e le trova un editore, Tove se ne innamora e lo sposa.
Con Dipendenza, Tove racconta soprattutto il terzo matrimonio – quello col dottor Carl Rydberg‒ che prima la aiuta ad abortire, e poi la rende dipendente dal Demerol, un oppioide, che comincia a iniettarle regolarmente per poi possederla e godere della sua passività.
Tove, dal canto suo, sa di essere innamorata del contenuto della siringa più che del medico.
La sostanza, di cui ormai non riesce più a fare a meno, la costringe a letto, la fa pesare trenta chili, e la obbliga a sottoporsi a un’operazione (di cui non ha bisogno) che la rende sorda da un orecchio.
Il richiamo del Demerol continua a momenti alterni, fino al 1976, quando, per un’overdose di sonniferi, Tove Ditlevsen muore: ha cinquantotto anni, alle spalle quattro divorzi, due figli, e ventinove libri – romanzi, memoir, ma soprattutto poesie.
