Da Ramsis Bentivoglio, scrittore e blogger, ricevo questa email che ben rispecchia lo spirito di Prima i Lettori, ovvero per essere scrittori, bravi scrittori come è Ramsis, bisogna essere prima attenti lettori. Seguendo questa impostazione Ramsis nel segnalarci il suo ultimo romanzo Demonomania ci segnala anche per il concorso l’ultimo romanzo di Giorgio De Maria, scrittore, commediografo e pianista e artista eclettico, che lavorò in diversi campi che spaziavano dalla musica, al teatro, alla letteratura di genere. Questa la email di Ramsis:

La segnalazione del libro è LE VENTI GIORNATE DI TORINO di De Maria. Il libro è un classico del surrealismo onirico italiano del 1977. Dimenticato per molti decenni, oggi è un libro culto perché anticipava la violenza cittadina e l’uso dei social network. Torino si trova coinvolta in misteriose forme di violenza, alcune statue si muovono e una insonnia collettiva avvolge la cittadinanza. Il protagonista, un improbabile investigatore, cerca di trovare qualche spiegazione. Il romanzo è onirico e surreale con spunti horror. Sulla scia di questo cult, propongo il mio Demonomania, 2026. Anch’esso ambientato a Torino, oggi, racconta la storia di due giornalisti, Elsa e Damiano, che si ritrovano a indagare un delirio urbano che coinvolge frati, resurrezioni “miracolose” e morti violente. Torino, come risaputo, accoglie sia la magia bianca sia la magia nera. In essa convivono due anime. In questo mio romanzo unisco leggende, fatti reali e misteri antichi come la sua fondazione.
Un romanzo a tinte horror con risvolti psicologici e sociali utili a farci riflettere sulla nostra mortalità e fede.
Volume illustrato
.”

Dalla presentazione dell’editore di Le venti giornate di Torino:

Le venti giornate di Torino erano iniziate a luglio, in un’estate terribilmente afosa: siccità, insonnia collettiva, cittadini che vagavano come fantasmi per le strade del centro storico, grida misteriose, statue che sembravano aver preso vita e una orribile catena di omicidi. Poi tutto era finito, all’improvviso, e nessuno aveva più voluto parlare di quella storia. Dieci anni dopo, un anonimo investigatore dilettante decide di scrivere un libro su quella vicenda. Perché l’insonnia di massa? Chi erano, e da dove venivano, le mostruose figure di cui troppe testimonianze raccontano? E soprattutto, che nesso c’era tra quanto accadde e la biblioteca aperta presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza? Una biblioteca assai strana, dove si trovavano solo gli scritti di privati cittadini, che rivelavano i propri pensieri più intimi e profondi, molto spesso terribili, e li mettevano in condivisione con altri cittadini come loro. Ben presto il protagonista si renderà conto che quella stagione crudele si è conclusa solo in apparenza, e che le forze oscure che avevano scatenato quei giorni di violenza cieca sono ancora presenti, vigili, minacciose. Pubblicato nel 1977, “Le venti giornate di Torino” è un romanzo inquietante, profetico in modo inspiegabile, principale opera di un autore che a questo libro ha legato il suo destino. Sostanzialmente ignorato dal grande pubblico ma adottato da una piccola comunità di lettori, a partire dal 2017 è stato ripubblicato in Italia e per la prima volta anche negli Stati Uniti e in Francia.

Un capitolo di Demonomania:

  1. LAZARUS

Una delle ruote della barella sfarfallava impazzita sul pavimento di linoleum bianco. Sembrava preda di spasmi inconsulti, mentre le altre tre rigavano dritto. Nonostante la ruota sghemba e anarchica, chi spingeva il lettino non faceva alcuna fatica. I suoi sabot bianchi procedevano risoluti lungo i corridoi, svoltavano nelle curve o si puntavano in vista di un ostacolo. L’infermiere fischiettava allegramente, come se fosse a una passeggiata di piacere. Le sue mani impugnavano, forti e robuste, i supporti metallici del lettino, e i muscoli dell’avambraccio, tesi nello sforzo, guizzavano fuori dal camice. Il fischiettio si faceva a tratti ritmato, a volte più lento, come se la sinfonia che aveva in testa seguisse il percorso del morto. Davanti a lui, sotto un telo bianco, si vedeva la sagoma di un corpo esanime. Il cartellino indicava un nome di donna, Beatrice Russo, e l’età, 23. Se ne potevano intuire le forme dei piedi, dei seni e del cranio. Il barelliere era giunto, intanto, davanti all’ascensore che conduceva all’obitorio. Spinse il tasto di chiamata e attese. Il suo fischiettio era sempre acceso e squillante. In pochi attimi la lettiga fu spinta sul montacarichi e il tasto -3 si accese. Giunto al piano, constatò che le luci erano spente. Sbuffò, per nulla preoccupato, come se accadesse spesso. Infatti, con passo sicuro, avanzò nella semioscurità fino a raggiungere un pannello di controllo. Le luci al neon, come la ruota del lettino, sfarfallarono per alcuni secondi, prima di mantenersi accese. Alcune però erano completamente fuse. L’uomo si diresse alla zona break, dove trovò, a colpo sicuro, il suo collega in pausa.
«Che cosa porti questa sera?» chiese mentre addentava un sandwich e guardava un video violento al cellulare.
«Una paziente oncologica, tumore cerebrale. A parte quello, è intatta. Tu che mi dici?»
«La solita noia. Qua non c’è nessuno con cui parlare…» disse con una smorfia compiaciuta come se la battuta fosse originale e mai sentita prima.
«Un mortorio, sì!» continuò l’altro, e se ne andò. Sospinse ancora la barella lungo alcuni corridoi fino alla camera mortuaria, dove la salma sarebbe rimasta almeno ventiquattro ore. All’uomo, invece, sarebbero bastati alcuni minuti, dipendeva dalle condizioni della deceduta. Si diresse così in una stanzina di servizio e iniziò a toglierle il telo, controllando, contemporaneamente, l’integrità del corpo.