Da Claudio Cherin riceviamo questa bella recensione del primo romanzo del poeta e paroliere Maurizio Mattiuzza. Eccola.
La sofferenza di una terra, il Friuli, il tempo, la lotta contro una terra aspra, il bisogno di un’identità e il confine sono i protagonisti che abitano La malaluna di Maurizio Mattiuzza.
La famiglia Sbaiz, di cui si raccontano le avventure – dalla disfatta di Caporetto fino allo sbarco del 1943 in Sicilia degli Americani – ne La malaluna di Maurizio Mattiuzza, è composta da persone semplici. Gli Sbaiz – Valentino, il patriarca di questa sghemba famiglia, come suo figlio Giovanni, sua moglie e l’ombra di una figlia morta durante la ritirata di Caporetto – si arrangiano con il contrabbando, la loro unica fonte di ricchezza. Vivono in quel «pezzo di terra alla deriva sopra ai Balcani», tra l’Italia e la Slovenia, e affrontano con determinazione e consapevolezza la «pellagra e la fame che stanno sempre ferme nei campi» e «la miseria [che] come una volpe gira le terre senza confine».
Sembra che gli Sbaiz abbiano poco a che fare con i vinti raccontati nella letteratura italiana: invece di rammaricarsi o ‘masticare il livore degli umili’, vogliano resistere a tutti i costi, anche quando il destino li separa. Per, poi, tornare alla loro «vita già mezza vuota [in cui] ogni ricchezza avuta è il calco di una paura, un ricordo da cui separarsi in fretta prima di soccombere alla malinconia».
No, l’amarezza, che contraddistingue i vinti di Manzoni o di Verga, di Moravia (la Cesira de La ciociara), non si ritrova in questa saga familiare. Questo bisogno di non arrendersi li rende molto più vicini ai Joard di Furore o di altri romanzi di Steinbeck.
La forza degli Sbaiz è nella terra, nella loro casa, nel bisogno di continuare la loro vita, nonostante tutti quei giochi che la Storia gli mette davanti per volerli allontanare. Come i Joard di Furore, loro vanno avanti. Come la famiglia americana continuano a tornare nella loro casa per ritrovarsi, anche quando potrebbero mettere radici in una terra più amena e meno matrigna, come la Toscana.
Perché in loro è ben radicata la consapevolezza (e non la rassegnazione) che «essere friulani è come stare su un fosso. [E per questo] si vive divaricati, persi tra l’orgoglio della propria lingua e una diffidenza talmente antica (…) [perché] abituati all’indifferenza del mondo, [e] a passare senza lasciare un segno» li rende forti davanti alle loro perdite.
E l’Italia? L’Italia non li conosce e tanto meno li comprende. Perché «parlano una lingua striata, in cui il friulano e lo sloveno si addolciano in una girandola di colori», perché gli Italiani, nel continente non sanno non sa neanche della loro esistenza come minoranza (basterà qui rimandare al Vassalli de Il confine per comprenderne il senso).
Questo non significa che Valentino Sbaiz, come qualsiasi altro personaggio della storia di Mattiuzza, non sappia provare dolore o abbia momenti di sconforto. Quando, ripercorrendo la propria storia, e ad esempio pensa «su quale fronte s’erano fatti trovare Andrej, Matjaž (…) [e tutti] i friulani rimasti oltre il confine dopo il plebiscito», si comprende sia sconvolto da un refolo di rabbia e non dal livore raccolto e raccontato da Manzoni o Verga.
Il ventennio fascista, che ha dato speranza a molti, non è per gli Sbaiz un momento di felicità. Le camicie nere mostrano ben presto il loro vero volto, non solo l’idea di un’italianizzazione forza, ma di una violenza che si applica in modo indiscriminato. Anche se Valentino o Giovanni, suo figlio, non dichiarano apertamente la loro adesione al Fascismo (vorrebbero aderire solo per una questione di eredità, un’eredità di circa venti mila lire, lasciata dal fratello di Valentino), si comprende il loro essere scettici, non tanto per gli avvenimenti – che altri scrittori come Boris Pahor hanno descritto ne Il rogo nel porto, Rovereto, Zandonai, 2008 –, ma perché il Fascismo ha favorito le rivalità e i rancori sempre presenti e vivi in una comunità chiusa, come quella di Borgo di Sopra e di Borgo di Sotto (paesi reali che si trovano vicino alla pasoliniana Casarsa).

