Se c’è un detto latino che è sopravvissuto nei millenni ed ha assunto la purezza cristallina della verità assiomatica è questo: si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, preparati alla guerra.

In questi giorni questa frase viene ripetuta universalmente con lo stesso grado di certezza e verità della caduta dei gravi e delle altre leggi della natura che nel frattempo, dai romani ai giorni nostri, abbiamo scoperto.

Se uno si ferma un secondo e si guarda allo specchio, è come se i secoli, le rivoluzioni, il pensiero, la filosofia e le religioni siano tutti quanti passati invano. Ai tempi in cui fu pronunciato la prima volta i romani credevano ai loro dei, i greci ai propri, gli egiziani ai loro e i barbari a chissà cosa. Tutte queste divinità proteggevano i propri popoli e li aiutavano a primeggiare sui popoli confinanti e, per definizione, estranei ed ostili.

Da allora, sia in Europa, che nelle altre grandi civiltà, i popoli si sono mischiati, gli uni hanno amato e commerciato con gli altri, le culture si sono conosciute, sovrapposte, contaminate.

Per rimanere all’Europa e al cosiddetto occidente (Russia compresa) non c’è un ambito culturale o “vitale” nel quale o per il quale la vita di ciascuno di noi non sia debitore dal contributo di pensatori e scienziati di altri paesi. Per limitarmi all’ambito a me più proprio, cosa saremmo noi italiani senza la letteratura inglese, francese, tedesca o russa? Quando si parla di Europa, quando i nostri rappresentanti parlano di Europa dovrebbero sempre ricordare questa nostra base secolare ormai unitaria, letteraria, artistica, culturale, scientifica, sociale.

Eppure, si continua a dire da ogni parte, se vogliamo continuare a vivere in pace come abbiamo vissuto negli ultimi settant’anni dobbiamo prepararci alla guerra.

E’ vero, innegabile: la leadership russa si è chiamata fuori ed ha infranto le leggi di convivenza pacifica che ci eravamo dati. Da questo punto di vista sarebbe stato e sarebbe lecito rispondere con lo stesso loro linguaggio (come in parte e in maniera non esplicita infatti stiamo facendo).

Ma da questo episodio (che una leadership russa non obnubilata dal proprio interesse personale non avrebbe mai intrapreso) dedurre che quella latina sia una di quelle leggi eterne scolpite nel bronzo è un errore logico, o, meglio, la sua portata e valenza va ricondotta alle attuali condizioni tecnologiche e sociali.

La pace di questi settant’anni non ci è stata regalata, io credo, dal potere di dissuasione statunitense. Ciascuna potenza atomica ha già in sé quel potere di dissuasione.

Davvero si crede che la Russia, per rimanere al caso di questi anni, senza lo scudo statunitense avrebbe invaso l’Europa o che lo farà, visto che gli USA hanno dichiarato che spenderanno meno sul fronte della difesa europea? Davvero si crede che se questo scenario da fantascienza malata dovesse per un errore del destino avverarsi e i russi (o chiunque altro) dovesse invaderci gli Stati Uniti si chiamerebbero fuori? Fantascienza al cubo.

Ma si ha una idea della rovina irrimediabile e definitiva che sarebbe per la Russia e per noi una guerra che coinvolgesse anche solo uno dei nostri paesi?

Ora, per tornare alla saggezza latina, bisogna chiedersi cosa quella massima possa voler dire oggi e se una cosa è investire (legittimamente e doverosamente) per mantenere il livello tecnologico delle nostre attrezzature belliche al massimo livello possibile, altra è prevedere un ritorno alla leva obbligatoria o ad un incremento dell’organico delle nostre forze armate o investire in carri armati e cannoni.

Nessuna grande potenza negli ultimi settant’anni è riuscita a conquistare nulla con la sola forza. La capacità di resistenza diffusa e sociale ha più volte dimostrato come qualsiasi polpetta territoriale sia sempre e comunque una polpetta avvelenata.

Quindi, maggiore integrazione tra le attuali forze armate europee e maggiore integrazione politica in maniera tale che sia chiaro a chiunque al mondo che attaccare un paese europeo significa attaccare tutti i paesi europei, con o senza Nato, con o senza cavalieri bianchi statunitensi che arrivano d’oltre oceano.

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