Nelle scorse settimane si sono svolte contemporaneamente a Chiavari molte e diverse iniziative dedicate a Silvio Cassinelli, pittore nato a Chiavari nel 1905 e mancato a Sestri Levante ottant’anni dopo.
A supporto delle diverse iniziative è stato anche rispolverato dalle teche RAI un documentario in due puntate da mezzora l’una dedicato proprio a questo pittore, documentario di cui si consiglia vivamente la visione. D’altronde la firma di Arnaldo Bagnasco, autore del documentario, è sinonimo di qualità.
Ora, la prima domanda che sorge rispetto ad una serie di iniziative mai viste prima nella cittadina rivierasca è, ovvio, perché a lui e non ad altri?
Nei confronti degli altri pittori chiavaresi, per la verità, la città è sempre stata rispettosa, promuovendo mostre e fornendo gli spazi piu belli, ma in questo caso si è andati al di là: tre mostre in contemporanea, la lettura di testi del pittore in un incontro dedicato, l’invito accettato con gioia da moltissime botteghe storiche della città ad esporre in vetrina opere del Cassinelli, oltre ad una mostra a Genova. Una iniziativa distribuita e plurale, credo che così si definisca oggi un omaggio così importante.
E quindi perché a Cassinelli e non ad altri?
Una delle ragioni forse sta nel carattere dell’uomo. Parlandone nel documentario già citato ad un certo punto il critico d’arte Gianfranco Bruno, ai tempi direttore dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, ne sottolinea il carattere ligure. Dice Bruno che il suo maestro, Lino Perissinotti, non era ligure e lascia intendere che lo si possa notare nell’uso del colore, mentre Cassinelli è tutto ligure, intimamente ligure, essenzialmente ligure. Introverso, malinconico, tagliente. Dopo la seconda guerra mondiale le opere di Cassinelli sono tutte blu (interamente blu) o rosse (interamente rosse) sviluppate secondo una tecnica personale stupefacente di utilizzo dell’inchiostro. E oltre al dato tecnico sono anche quasi sempre con soggetti malinconici, tristi, angosciati.
Un’altra ragione è forse quella citata da uno dei suoi due mecenati quando dice che Cassinelli era un lavoratore instancabile, dedito da un tempo non chiarissimo (fino a quando ha fatto il tappezziere non è dato sapere con esattezza) solo e soltanto alla sua pittura, attività da lui vista e sentita solo come modo di esprimere se stesso e la propria visione del mondo, senza alcun compiacimento per il mercato e i collezionisti. Fino all’arrivo di due mecenati non si ha l’aria che Cassinelli abbia mai fatto una mostra o venduto un’opera. Infatti, nel bel catalogo dedicatogli si ricorda che la sua prima mostra è 1973, quando il nostro aveva 68 anni e quando da un paio d’anni era seguito da chi lo amava.
E sì perché nei suoi ultimi quindici anni Cassinelli e la sua opera sono stati raccolti, sostenuti e amati da due imprenditori locali che gli hanno dato vitto e alloggio e che ne hanno promosso attivamente l’opera. Anche il documentario è di qualche anno successivo all’inizio del mecenatismo.
Ora, al di là di queste notazioni che hanno il suono e il sapore di chiacchiere da bar, ma che in parte già rispondono alla domanda iniziale, la questione vera ed urgente è un’altra. Dal punto di vista puramente pittorico cosa ci dicono le opere di Cassinelli?
Qui bisogna distinguere tra due lunghe serie di opere. La prima è quella di maggiore riconoscibilità e che forse gli ha dato un maggior e immediato successo postumo: quella dei volti della gente. Cassinelli ha ritratto una serie infinita di persone nei momenti più diversi, tutte persone ritratte con un tratto angosciato e angosciante. Dico “ritratti” con la coscienza che queste opere di ritrattistica classica non hanno niente. Sono figure dolenti, spesso in gruppo, disegnate con un tratto ricorrente e uno stile più fumettistico che pittorico. Di questa serie Cassinelli ha detto: “Cerco la mia strada senza la convergenza del colore, del bello, del piacevole, cercando le mancanze di una società che non è a posto.” In questa serie Cassinelli ha dato prova di una costanza e perseveranza nei soggetti e nella tecnica che rendono tali opere riconoscibilissime, una sorta di marchio di fabbrica, un brand, come si direbbe oggi, che da questo punto di vista lo rende simile alla costanza di Botero a contraris: tanto i ciccioni e le ciccione di Botero ritraevano una borghesia quasi incredula del proprio improvviso benessere, quanto gli uomini e le donne di Cassinelli, ciechi e dolenti, ritraggono una società che ai suoi occhi non funzionava e non funziona.
La seconda serie (dimenticando i paesaggi ad olio dipinti nei primi vent’anni di attività che meriterebbero un discorso a parte) è costituita da scene di vita collettiva (processioni, gioco di bocce, ecc) e, soprattutto, da paesaggi. In queste opere la capacità compositiva di Cassinelli emerge con chiarezza e fulgore. I tratti apparentemente tortuosi e attorcigliati si sciolgono nella visione complessiva che unisce il particolare al generale in opere spesso perfette.
In generale le opere di Cassinelli sono caratterizzate da una necessità di pienezza. Le sue piccole carte (dal dopoguerra in poi rinunciò per ragioni economiche ed artistiche insieme alle tele e ad i colori ad olio utilizzati fin lì e utilizzò solo carte e taccuini) straripano di persone, alberi, case, giochi di bocce, processioni e questa passione (o necessità, ripeto) di pienezza è confermata da una testimonianza registrata durante quel documentario. Uno degli imprenditori amici e custodi della sua arte ad un certo punto dice che quando gli si poneva davanti una carta bianca Cassinelli diceva che “bisognava riempirla”. Riempire è un verbo assai significativo per comprendere la complessità del suo approccio. Quasi sempre le sue carte sono pregne dei soggetti ritratti. La parte compositiva dedicata allo sfondo o al gioco dei piani della visione è per lo più assente o ridotta ai minimi termini. Tutto è primo piano e sembra spesso uscire dall’opera.
Il risultato lascia senza fiato, sia in chiave di distanza che spesso inconsciamente chi guarda frappone tra sé e le opere, specie quelle della serie delle persone senza occhi, o al contrario di completa immersione nella serie dei paesaggi e della vita di paese.
Come sempre capita a chi si concentra su se stesso cercando insistentemente la propria voce l’opera di Cassinelli non ha per ora avuto eredi, se non alla lontana e non si saprebbe dire quanto consapevolmente in alcuni tratti della fumettistica attuale dedicata al noir e all’orrore.
D’altronde a lui non interessava avere contatti o relazioni con il mondo artistico e la pittura degli altri. Se pensiamo a tutte le evoluzioni dell’arte nel secondo dopo guerra non si può che concludere che Cassinelli ha fatto strada a sé, il che non necessariamente, anzi, è negativo.
Quindi perché a lui e non ad altri? Forse perché Cassinelli è stato a suo modo “la pittura”, nella sua vita apparentemente non c’è stato altro se non quella instancabile e continua e costante volontà di esprimersi con la pittura che solo i grandi hanno avuto.










