Lorenza Rappoldi ci scrive: “Volevo visitare la mostra Caravaggio 2025 (palazzo Barberini) e riveder le altre opere nelle varie chiese e galleria Doria Panphilij.

Capolavori super restaurati in mostra, ma stipati 6 quadri in un unico ambiente, neanche tanto spazioso.

Pubblico di una maleducazione crescente, e ahimè, numeroso.

Devo proprio raccontare questo episodio: stavo guardando con occhi e cuore la bellissima flagellazione, quel meraviglioso corpo di Cristo legato alla colonna ed i due aguzzini, quando con un balzo mi si piazza davanti una donna (per giunta di grandi dimensioni), che mi oscura la visione, e mi interrompe l’emozione, dicendo con un sorriso: scusi, è la mia opera preferita, mi faccio fare un selfie! Ed il marito, dietro di me, scatta…

Ma veniamo alla segnalazione.

Dopo varie ricerche, sono riuscita a trovare una copia (proprio alla mostra) del libro di Roberto Longhi, “Caravaggio”, Abscondita.

Questo l’incipit: “Non può non sorprendere che, per una vicenda tormentosa e sciagurata come quella del Caravaggio, gli storiografi del Seicento più romanzevole e del più romantico Ottocento si industriassero a trasformare ogni passo, fin dai princìpi, ad uso di un ritratto spiccatamente popolare (ciò che per essi suonava “plebeo”) e cioè adatto a spiegare la spregiudicata e, si diceva, “indecorosa” naturalezza dell’artista. Fu così che il Caravaggio, già da ragazzo, in Lombardia, si tramutò in figlio di muratore, in rimestatore di calcine e preparatore di colle per gli imbianchini milanesi. Il resto della sua vita, soprattutto negli anni di Roma, Napoli e Malta, non aveva certo bisogno di esser rinforzato nelle tinte, ma pure non si mancò di farlo e persin la sua morte, per ragioni di corrispondenza simbolica, si amò fissare un anno prima del vero.”