Dalla pagina Linkedin dell’amico Francesco Betti copio con il suo permesso.


Ormai è un po’ che batto sullo stesso tasto: è il modo in cui rappresentiamo il mondo che ci consente di sistematizzarlo e di raggrupparlo in concetti da scambiare tra di noi. E per rappresentare il mondo, l’unico modo che abbiamo è il linguaggio (scritto, visivo, musicale, ecc…). Con Kierkegaard, il problema non è nel linguaggio, il problema è proprio il linguaggio.

Come dire: se usi un linguaggio sbagliato, non potrai mai capire il mondo. Se sei in grado di dirlo, sei in grado di pensarlo.

Dove risiede questa capacità di creare senso? Dev’essere una cosa importante, perché ci aiuta a capire l’intelligenza artificiale generativa (che è generativa proprio perché genera senso) e anche il motivo segreto per cui rimaniamo affascinati davanti a un’opera d’arte. Troppe cose tutte insieme? Sì, così mi piace.

Partiamo dalla preistoria, più precisamente dalle grotte di Lascaux, in Dordogna. Incisioni di cavalli, bisonti, mammut e cervi che risalgono al Paleolitico superiore, e sono conosciute come la “Cappella Sistina dell’antichità”. Ci sono altri siti come questo sparsi su tutta la terra, da Altamira al massiccio del Tibesti in Africa, alla nostra Valcamonica.

Cosa rappresenta quest’opera colossale? Un semplice divertimento di un gruppo di writer preistorici o un sistema culturale?

L’ipotesi più semplice è che sia un manuale, una guida. Un po’ come dire: “Gente, osservate bene questi animali! Potete cacciare questi per mangiarli ma non dovete uccidere né tantomeno cacciare questi altri, perché sono il nostro totem e quindi sono proibiti”. Se è bello da vedere, è buono da mangiare.

“Ma se manca la guida? Senza didascalie, come si comporta il giovane frequentatore preistorico della grotta? Forse con lo stesso stupore degli scopritori di quelle grotte millenni dopo? Ecco l’enigma. O s’è a conoscenza del sistema culturale, di cui quelle immagini sono l’espressione, o, invece, si rimane stupidi (e stupidi) davanti a quelle immagini” (Giuseppe Papagno, Un modello per la storia).

Dodicimila anni dopo, A. Léroi-Gourhan ha formulato l’ipotesi che quelle grotte rappresentino un pantheon preistorico, l’espressione di ciò che noi indicheremmo come “religione”. In ogni caso, che siano un manuale o una religione, per capire Lascaux occorre avere uno strumento interpretativo, un codice. Senza codice le immagini non sono interpretabili, non svelano il loro significato. Ne La Tempesta di Shakespeare Calibano impreca aspramente contro Prospero che lo ha avviato ad usare il linguaggio e lo ha fatto passare dalla primitività alla capacità di discriminare gli oggetti e di coglierne i significati. Il linguaggio è appunto l’attrezzatura mentale che ci serve per usare il codice generativo, quello che ci consente di arricchire il significato delle cose, elaborarle, controllarle.

Le immagini di Lascaux, tutta l’arte in genere, non è rivolta a “tutti”. Anche nelle sue forme più universali, per definizione la comunicazione per immagini si dirige solo verso quelli che dispongono dello stesso codice e che sono in grado di interpretarla. Che si tratti della Vergine delle Rocce di Leonardo o dell’Irony on Negro Policeman di Basquiat, solo chi possiede il codice generativo prova piacere, sente la forza del bello.

In assenza di didascalia esplicativa, il passo che separa l’ultimo dei preistorici dall’uomo dei millenni successivi è assai breve. S’immagini un giapponese, che visita la chiesa superiore d’Assisi, privo di guida e senza saper nulla di cultura cristiana. Cosa vede? Ha davanti a sé delle immagini che raffigurano situazioni a lui ignote. La guida d’un gruppo a lui vicino dice, in inglese, ai visitatori: questa è la storia di Francesco d’Assisi e questi sono gli episodi principali della sua vicenda, esposti qui in ordine sequenziale, dalla nascita alla morte. Solo così quel giapponese coglie nello specifico almeno la dimensione generale del problema: le immagini sono gli stadi di una storia, che o si conosce o è illustrata da chi la sa o, infine, che resta un enigma. Essa sta dietro, ma è quella che unisce i quadri.

In altri termini, la scoperta artistica è la scoperta di un pezzo del codice di interpretazione del mondo. I quadri che ci lasciano a bocca aperta sono quelli in cui, inconsapevolmente, scopriamo alcuni pezzi del codice generativo del senso che durante tutta la nostra esistenza cerchiamo di completare. L’arte ci arricchisce nella misura in cui allunga il nostro codice interpretativo. Non è solo un fatto estetico, è un fatto ermeneutico, cioè di interpretazione delle cose del mondo.

Per questo penso che conoscere e fruire di tutte le forme artistiche sia anche un esercizio mentale, non solo emotivo in senso stretto: l’arte allena alla creatività ma allena anche alla comprensione del mondo, dunque al pensiero strategico.

Qual è il linguaggio che ci serve per capire la Grande Trasformazione? Questa è una domanda difficilissima, e la risposta vera è: non lo so.

Quello che percepisco è che non sia un linguaggio totalmente nuovo, ma abbia semmai a che fare con l’utilizzo “improprio” di linguaggi precedenti. Ho già detto che a mio parere il salto evolutivo che ci promette la Grande Trasformazione richiede una logica diversa da quella binaria. Ho già detto che la logica combinatoria è probabilmente uno strumento utile per questo scopo. E quindi il linguaggio che ci consente di inventare i concetti che quella logica dovrà utilizzare, dovrà essere a sua volta una combinazione di cose, di esperienze, di livelli e di profondità.

L’intelligenza generativa, che sia artificiale o meno, è la capacità di generare senso, significati dietro un linguaggio (visivo o scritto). Visto sotto questa luce, tutto il dibattito sulla capacità creativa dell’AI è paradossale: non c’è alcuna distinzione, e quindi non potrà essere limitata, tra la capacità di generare linguaggio dotato di un significato e la capacità di creare concetti o immagini nuove.

È un dibattito vecchio quello che pensa di poter limitare il mondo artificiale. Meglio potenziare l’umano. Anziché porre freni alle macchine, investirei sull’uomo. E ripartirei quindi dalla comunicazione creativa: cerchiamo di dedicare più tempo davanti a un quadro in un museo che davanti a un prompt su un pc. Il codice segreto che ci serve per interpretare il mondo è anche in quel quadro.

La riscoperta del “codice segreto” in base al quale ci consideriamo “umani” è fondamentale per risolvere i due problemi di Jurassic Park (il film di Spielberg, ricordate?).

Il primo è che in Jurassic Park l’uomo riscopre l’esistenza di predatori più potenti di lui. La nostra specie ha smesso ben presto di essere un animale come gli altri, cioè a volte preda e a volte predatore, e ha iniziato la sua conquista del mondo. Un vero e proprio delirio di onnipotenza, che la liberazione della mano e la successiva invenzione delle tecniche hanno alimentato.

A Jurassic Park l’uomo si scopre invece indifeso, debole: la sua tecnologia non lo salva nella lotta per la sopravvivenza. Abbiamo liberato la mano dal terreno e inventato la tecnica per conquistare il mondo, e ora ci accorgiamo che tutte le nostre tecniche e tutte le nostre tecnologie non sono in grado di salvarci. Nemmeno la transizione climatica riusciamo a governare, anzi la rallentiamo. Siamo davvero peggio dei dinosauri.

Molti anni dopo Jurassic Park la pandemia ce lo ha chiarito in modo definitivo, ma nel 1993 pensavamo davvero di essere gli unici predatori del mondo. Non c’era virus o batterio che ci potesse impensierire. Greta Thunberg sarebbe nata dieci anni dopo.

Il secondo problema è che in Jurassic Park non solo la tecnologia è inutile come mezzo di difesa, ma anzi si rivolta contro chi l’ha creata (un po’ come nel mito di Frankenstein, ma su scala molto più ampia). La conoscenza, inserita in un sistema di potere, scivola verso il conflitto, il predominio di un gruppo sull’altro. La manipolazione genetica di animali ormai estinti come nuova arma per il dominio del mondo. Ha ragione Michele Serra: la nostra specie non è solo aggressiva, è anche un po’ cogliona.

Come siamo arrivati a Jurassic Park? Come siamo arrivati a mettere in discussione la nostra stessa sopravvivenza con le nostre stesse mani (tecnologie)?

Iniziamo dall’inizio.

Abbiamo già detto che noi siamo quel che siamo (homo sapiens) per un errore di postura, per un “inganno” che abbiamo saputo fare al nostro sistema di mobilità. C’è chi ritiene, sbagliando, che la mano, la sua capacità prensile, il fatto di poter toccare il mondo, stia alla base della nostra intelligenza. Non è così.

Ad esser precisi, la mano differenzia i Primati dagli altri animali. I Primati e gli altri animali antropoidi mettono in azione il movimento dell’arto anteriore e della faccia per l’acquisizione e consumo degli alimenti, per l’aggressione e la difesa. Mentre i roditori prima afferrano o palpano mediante prensione labiodentale, i Primati fanno intervenire prima la mano. In questo l’uomo è un primate come gli altri. Le grandi scimmie afferrano, toccano, raccolgono, impastano, sbucciano, manipolano come noi; lacerano con le dita e i denti, frantumano con i molari, tagliano con gli incisivi, forano con i canini, martellano con i pugni, grattano con le unghie, esattamente come noi. L’uomo non ha nulla nel suo sistema osteomuscolare che non abbia anche una scimmia. Tutta la differenza sta nell’apparato nervoso.

Seguendo le importanti conclusioni di André Leroi-Gourhan, il grande archeologo e antropologo francese, il cervello si è ingrandito nell’homo sapiens per ragioni che hanno a che fare con il cammino verticale, lo spostamento del baricentro della zona frontale, l’aumento delle dimensioni della scatola cranica. Il cervello ha semplicemente riempito quello spazio che la posizione eretta gli aveva messo a disposizione.

L’intelligenza, fin dall’origine, è nata per errore, da un uso inaspettato di uno spazio inaspettato.

La liberazione delle zone prefrontali ha consentito al cervello di affrontare i ragionamenti legati alle operazioni tecniche: tra di essi, la mano è stata assoggettata al linguaggio, al simbolismo grafico e infine alla scrittura.

Quindi, se vogliamo mettere in fila per bene le cose, prima viene la posizione eretta, poi l’aumento di dimensioni della scatola cranica, poi ancora lo sviluppo imprevisto del cervello e solo alla fine il predominio della mano e la costruzione delle tecniche e dei simboli. Il tipping point fu la postura eretta, il suo completamento fu la mano.

Nel suo sviluppo, il sistema nervoso umano ha seguito una tendenza a liberarsi di cose energicamente dispendiose. È come se col tempo lo spazio diventasse sempre più stretto, e il cervello avesse bisogno di esternalizzare alcune sue funzioni. L’evoluzione umana è stata contraddistinta da diverse fasi di “liberazione”: la mano è stata spostata all’esterno sotto forma di utensile; il linguaggio sotto forma di immagini, simboli e scrittura; la memoria sotto forma di codificazioni culturali e sociali, prima, di storage digitale, poi.

D’altronde lo capiamo bene: il cervello deve gestire un organismo che funziona con meno di 1000 calorie al giorno, ha una durata definita (e, come scherza un mio amico, è riciclabile al 100%!). Un sistema così perfetto dal punto di vista energetico deve continuamente trovare strategie per stare in equilibrio e sopravvivere.

Ci si chiede quindi se ci troviamo ora di fronte ad un’ulteriore, radicale, liberazione del cervello dall’intelligenza. La domanda, e forse anche l’ipotesi, è: l’intelligenza artificiale è un evento che stiamo subendo o è l’ultima esternalizzazione che il cervello sta cercando di attuare?

Questa è la domanda fondamentale per capire la Grande Trasformazione. Detta in altri termini, suona così: l’AI è una delle solite invenzioni che ogni tanto qualche scienziato ci propone, o è invece l’esito del tentativo che la specie sta effettuando per “liberare” le attività computazionali e generative del cervello?

Se questa ipotesi fosse vera, la domanda successiva sarebbe: cosa ne sarà dell’homo sapiens? Diventerà un “controllore” di queste “intelligenze esternalizzate”? Un controllore di forme di intelligenza esterne a sé, così come è stato controllore degli utensili e delle macchine? Ma un controllore di intelligenze esterne potrà ancora essere definito sapiens?

Insomma, per dirla in altri termini, l’intelligenza artificiale è o non è il tirannosauro di questo nostro Jurassic Park?

Non so voi, ma io sento il peso di questo momento storico, quasi attirato dalla grande bellezza di questa grande trasformazione di cui siamo tutti parte. Come dice Gambardella: “la grande bellezza è vedere le cose finire, spegnersi, per poi rinascere, diventare altro. C’è una grande bellezza nel decadimento, nel crollo delle illusioni. È come una danza macabra, dove tutti ballano, ma nessuno si diverte veramente”.

Non c’è dubbio che tutta l’ascesa della civiltà si sia realizzata con quello stesso uomo fisico e intellettuale che faceva la posta ai mammut. Tutta la nostra cultura elettronica e digitale, che ha appena sessant’anni, si regge su un apparato fisiologico che risale a quarantamila anni fa. Questa distorsione esiste, ed è sotto gli occhi di tutti: una civiltà dai poteri quasi illimitati nelle mani di un civilizzatore la cui aggressività è rimasta immutata dal tempo in cui uccidere la renna significava sopravvivere.

Questa distorsione è aggravata dal fatto che l’uomo ha costruito un mondo simbolico e virtuale di dimensioni gigantesche: sulla piramide animale che governa il comportamento dell’essere umano poggia una piramide rovesciata costituita da tutto ciò che l’uomo ha nel frattempo esteriorizzato nella cultura. La prima piramide si basa sul sistema osteomuscolare e nervoso dell’ultima tappa evolutiva; la seconda è interamente fittizia. Da un lato la faccia e la mano, dall’altra la tecnica e il linguaggio.

L’evoluzione non si ferma, la società continua a disporre di tutti i suoi mezzi ma li trasferisce progressivamente in organi artificiali. Come dice Leroi-Gourhan: “Liberato dai suoi utensili, dai suoi gesti, dai suoi muscoli, dalla programmazione dei suoi atti, dalla sua memoria, liberato dalla sua immaginazione per la perfezione dei mezzi telediffusi, liberato dal mondo animale, vegetale, dal vento, dal freddo, dai microbi, da ciò che è ignoto delle montagne e dei mari, l’homo sapiens della zoologia è probabilmente vicino alla fine della sua carriera… Il grande problema del mondo, già attuale, è questo: come potrà questo mammifero ormai desueto, con bisogni arcaici che sono stati il motore di tutta la sua ascesa, continuare a spingere il suo masso su per il pendio, se un giorno gli resterà solo l’immagine della sua realtà?”.

Le alternative non sono molte. Una è quella a cui abbiamo già accennato: cercare un altro termine latino da far seguire alla parola homo, e cedere ad altri l’attributo di sapiens. L’altra è cercare di rimanere sapiens, riconsiderando completamente il problema dei rapporti tra ciò che è individuale e ciò che è sociale, esaminando concretamente il problema della densità numerica, dei suoi rapporti con il mondo animale e vegetale, smettendo di imitare il comportamento di una cultura microbica per considerare la gestione del globo come qualcosa di ben diverso da un gioco d’azzardo o una negoziazione internazionale di diritti locali.

Occorre provare ad essere ottimisti, e la speranza è riposta nel fatto che, come dice Leroi-Gourhan, “la specie è ancora troppo legata alle sue radici per non cercare spontaneamente quell’equilibrio che l’ha portata a diventare umana”.

In questa ricerca, solo in questa ricerca, sta il senso del viaggio di questa Grande Trasformazione.