Ancora una bella recensione di Claudio Cherin.

Uno dei migliori di Silvio Perrella, che si intitola Doppio scatto, è un perfetto haiku in prosa – oltre ad essere un libro di viaggio, un libro di appunti mentali, un libro di itinerari – che coglie le voci distanti e diverse, il multiforme e il vorace, il movimento, la stasi, il vuoto, il silenzio che emerge solo all’improvviso in una Napoli complessa e complicata. Un perfetto haiku, nato anche dall’incontro e dall’equilibrio tra due forme di indagine diverse, che sono qui in armonia: la scrittura e l’immagine fotografica.

Le brevi prose dell’autore – composte da una scrittura limpida e rapida con il compito di raccontare le trame, i sogni, le illusioni, le impressioni, i ricordi, le «allucinazioni visive», le cose abbandonate che dominano Napoli – hanno una struttura che non lascia spazio ad altro, che non sia un aggettivo o una parola non calcolata. Oltre ad una necessità che non permette al caos umano di entrare, se non attraverso una parola spoglia, piana, l’immagine di un dettaglio, un numero di battute limitate (questi scritti erano destinati ad un giornale).

Sembra dominare su tutto il silenzio. Un silenzio irreale, che si crea da un intenso rumore, dal clamore della vita di tutti i giorni e dalle strade e dai rioni napoletani così trafficati e così ricchi di vita.

E, come nella migliore tradizione dell’haiku, lo scrittore inserisce una variante nostalgica dell’infinito, oltre al bisogno di riflettere e di comprendere qualcosa al di là della semplice rovina delle cose, e al bisogno di interrogare il reale sul destino degli uomini.

Tramite questa forma chiusa, Perrella è riuscito a raggiungere quello a cui ambisce ogni scrittore oltre a raccontare delle storie: afferrare il momento in cui queste accadono, la trama delle sensazioni, i loro rumori flessuosi, l’essenza delle cose. Molto spesso una storia non basta e solo quelle che apparentemente possono sembrare delle prose minime riescono a superare la struttura di un libro di viaggio, di un itinerario o una serie di appunti mentali che rimangono ai margine dell’opera di uno scrittore.

L’intento dello scrittore napoletano non è descrivere il mondo degli uomini così com’è – lo scrittore napoletano sa che in una città come Napoli si fallirebbe facilmente, bisognerebbe avere la capacità di Dickens o di Sulman Rushdie o di un Naipaul per affrontare i vorticosi equilibri delle storie che gli uomini vivono ogni giorno in uno qualsiasi dei rioni napoletani –, ma disegnarlo, evocarlo o interrogarlo. Guardando il mondo, infatti, «viene il desiderio di interrogare il buio che si indovina nella due stanze retrostanti», scrive Perrella. O di trovare delle storie nella profonda stratigrafia di cui si compone la città, senza dare mai giudizi.

Questo bisogno si chiarisce con il desiderio di dare voce all’immaginazione – descritta come «una libera circolazione dell’immaginazione»– che domina ogni parola e cerca di interrogare e di trovare una chiave di volta in tutto quello che è intorno a noi e che supera l’«aggressione a un paesaggio», o la «scacchiera umanissima di abitudini umane» da cui più volte si parla. Se Perrella descrivesse la lingua degli uomini, il suo intento verrebbe meno e si negherebbe la possibilità di guardare la realtà in modo altro.

È il ricordo di Leopardi e della forza dell’immaginazione di cui parla in tante parti dei suoi scritti – quella capacità insita nell’uomo di saper creare cose che non ci sono, creare e desiderare di ‘costruire’ con le facoltà mentali dell’uomo quello che è coperto, quello che non si vede – la linfa che genera questo libro. Anche Perrella, come Leopardi, crede nel potere dell’immaginazione, come nel capacità di ‘provare lo stupore infantile’ di cui parlano Zolla, lo studioso/sciamano, Pascoli o Agamben. Il doppio sguardo del titolo è forse la somma dello sguardo reale con quello immaginario, quello alla ricerca di storie, che solo uno scrittore può far emergere.

Come Pascoli, Diego Valeri o Andrea Zanzotto, anche per lo scrittore napoletano è importante la poetica del «rasoterra», dare voce ai dettagli, di cui si nutre, fatti da cose e non da uomini, perché questi sono sempre un po’ più in là. Sono passati da poco, si può sentire la loro voce, il loro passo, il guardare la stessa cosa da punti di vista inusuali, da punti di vista diversi da quelli degli uomini, che pur guardando non si rendono conto delle meraviglie che li circondano. O di quanto avviene qualche passo più in là, perché troppo presi dagli affari della loro vita (se ne contano in tutto il volume solo tre prose in cui come protagonisti si hanno gli uomini, che appaiono lontani e distanti, ombre di loro stessi).

Come Guido Conti, nel suo libro Il grande fiume Po’, anche Silvio Perrella permette ai suoi lettori di comprendere il ‘risvolto più profondo della vita umana’, fatto di fatiche, di ozio, di banalità e di grigiore, di ferite che si rimarginano lentamente e di strade dissestate, facendone materia per la scrittura, raccontando ed evocando quel mondo sotteso e sottile che il fango limaccioso che – nel libro di Conti è quello del Po, in quello di Perrella è l’azzurro ossidato del cielo napoletano che tutto copre – finisce per ricoprire e per porgere a un oblio indistinto quanto è quotidiano.

La lezione dei maestri deve avergli giovato: la fenomenologia ontologica dell’ultimo Calvino, la scrittura di grado zero di Roland Barthes o quella zen dell’ultimo Parise, come il tratto distintivo degli ‘scrittori epochè’, quali Walter Benjamin (quello de I passegges di Parigi) o di Franz Hessel (de L’arte di andare a passeggio), di Diego Valeri (di Guida sentimentale di Venezia), o di Andrea Zanzotto (dei Luoghi o paesaggi) o di Daša Drndič (di Trieste).

Ma a differenza di scrittori a lui contemporanei – come Antonella Cilento, autrice di Lisario o il piacere infinito delle donne o di Stefano Crupi, autore di Cazzimma e di Wanda Marasco, che ne Il genio dell’abbandono descrive la vita di Vincenzo Gemito – ha puntato il suo sguardo oltre, raccontando una Napoli diversa, una Napoli immaginifica, forse invisibile, in linea con lo sguardo di altri scrittori napoletani – fra gli altri l’Ortese, Domenico Rea, Leopardi, Benedetto Croce, Raffaele La Capria – di cui Perrella ha saputo appropriarsi. Questo gli ha permesso di raccontare la vita degli uomini attraverso l’ombra di chi passa. E di dare voci ai dettagli (un filo d’erba, una scritta, una fontana a secco, dei vasi disposti su un balcone, il dipinto anonimo in un vicolo o l’ombra di un passante). Tutto intorno al silenzio delle sue parole rimangono le voci e il rumore degli uomini, il traffico, la vita sotterranea di una città che «non lancia urla, [ma] va in necrosi nel silenzio». Questo perché forse solo a Napoli che «è una città metamorfica», «le figure del visibile mutano in continuazione» e «gli occhi cercano dettagli su cui riposarsi».