Dagli amici di Equi.Voci Lettori riceviamo e volentieri diffondiamo.
Giovedì 17 aprile alle ore 18.30 in biblioteca Lambrate gli Equi.Voci Lettori in occasione della prossima ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo danno vita alla lettura scenica del racconto di Primo Levi “Ferro”.
Per comprendere meglio il contesto, ripubblichiamo qui un testo di Elisabetta Rosaspina uscito sul Corriere della Sera qualche tempo fa. Titolo: La storia di Sandro, ucciso nel 1944: a lui lo scrittore dedicò un racconto con quel soprannome
“Si chiamava Alessandro Delmastro, ma i lettori di Primo Levi lo conoscono meglio come Sandro, il protagonista di Ferro, quarto dei ventun racconti inclusi ne Il sistema periodico, e pubblicati nel 1975 da Einaudi.
Ferro. Perché Sandro, il taciturno, come scriveva Levi, «sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai (“magnín”) e fabbri (“fré”) delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla sforgia a carbone, cerchiavano le ruote dei carri col cerchione rovente fino a che diventavano sordi: e lui stesso, quando ravvisava nella roccia la vena rossa del ferro, gli pareva di ritrovare un amico».
Non lo piegarono le pietre e il ghiaccio delle sue scontrose montagne piemontesi, né la fame e il freddo delle notti lontane dai rifugi. Non si piegò alle leggi razziali che avrebbero imposto a lui, «ariano», di interrompere ogni rapporto con gli amici ebrei.
Non lo piegò il regime di Mussolini, ma un anonimo imberbe, reclutato dalla «Ettore Muti», che gli sparò alla schiena, il 3 aprile 1944, mentre tentava di fuggire dalla Casa Littoria di Cuneo dopo essere stato catturato dai nazifascisti: «Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la Repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori» ricordava Primo Levi, a conclusione del capitolo dedicato all’amico scomparso, «primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione».
E aggiungeva, con rammarico: «Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto». Restava però la curiosità di saperne di più, di conoscere meglio la «matrice» e la composizione, intuibilmente preziosa, di Ferro.
Cinquant’anni esatti dopo quel memorabile ritratto d’autore, il ragazzo introverso e malinconico, l’alpinista tenace e testardo, l’eroe partigiano falciato a meno di 27 anni dal mitra di un mercenario adolescente, lascia le vesti di personaggio letterario e riprende la vita, i pensieri, le sfide, le preoccupazioni, i sentimenti, le fatiche di uno studente di Chimica cresciuto e diventato uomo in pochissimi anni, durante la Seconda guerra mondiale.
È la stessa casa editrice di Primo Levi, Einaudi, a pubblicare l’intensa biografia di Sandro Delmastro Svegliarsi adulti (in libreria dal 25 marzo), trecento pagine di intrecci e rimandi tra le memorie dell’autore di Se questo è un uomo e i risultati della capillare indagine di Roberta Mori in archivi pubblici e privati, tra foto, documenti, lettere, appunti e testimonianze di famigliari e amici, e dei loro discendenti.
Responsabile del settore ricerca e didattica del Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, Roberta Mori non ha trascurato alcuna traccia che potesse condurla il più vicino possibile all’anima e alle azioni di quel giovane montanaro schivo e spericolato, felice soltanto in alta quota, sulle cime conquistate con sudore e sofferenza.
Il legame tra Primo e Sandro, fin dall’inizio dei loro studi universitari al corso di laurea in Chimica, a Torino, è ben simboleggiato dall’immagine di una delle loro ascese invernali, in cordata, all’Uja di Mondrone, una vetta di 2.964 metri nelle Alpi Graie, tra la val Grande di Lanzo e la val d’Ala, la zona di origine della madre di Delmastro. Un territorio che Sandro conosceva benissimo.
«L’alpinismo funzionò come un collante che diede forza e coesione al rapporto di amicizia — scrive l’autrice —. Per tutto il tempo in cui erano “su”, legati fisicamente per mezzo di una corda, diventavano l’uno dipendente dai movimenti dell’altro, condividendo sforzi e decisioni».
Lassù potevano dimenticare il clima sempre più opprimente del periodo prebellico, le leggi razziali che, dal 1938, escludevano progressivamente gli ebrei da scuole, università, lavoro, negozi, diritti.
Non solo Primo Levi, ma anche altri compagni di corso, come Ester Valabrega e Alberto Salmoni, schedati dai burocrati del regime come «appartenenti alla razza ebraica», avevano trovato in Sandro un paladino leale che «per tutta risposta, intensificò e ampliò le frequentazioni ebraiche» annota Roberta Mori, e «nei fatti si mise materialmente dalla parte di chi in quel momento subiva una discriminazione». Ester, in particolare, stava prendendo uno spazio sempre più importante nella vita e nei pensieri di Sandro Delmastro: studiavano assieme, s’inerpicavano assieme in montagna, fino a sfinirsi, e si sarebbero sposati, nel 1941, se avessero trovato un sacerdote disposto a unire in matrimonio un cattolico e un’ebrea in barba alla legge.
Mancò il tempo: Sandro doveva arruolarsi e scelse la Marina, che gli pareva la meno devota al governo fascista tra le forze armate. Dall’Accademia di Livorno, come dalla clandestinità della Resistenza, rafforzò il legame cui Ester restò fedele per sempre.
«Non si sfilò mai dal dito l’anello che Sandro le aveva regalato per il fidanzamento — precisa Roberta Mori —, un rettangolo d’oro giallo sul quale il nome di lui era inciso in caratteri vagamente liberty e incorniciato da elementi vegetali». Finché anche Ester «non si spense a novantaquattro anni nel 2010».
Ed è proprio al giudizio di Ester, antica compagna di università, che Primo Levi si è rivolto, il 24 maggio 1974, inviandole il dattiloscritto di Ferro: «Questo è il racconto dedicato a Sandro, che ho completato secondo le notizie che tu gentilmente mi hai fornite, e che non conoscevo. In quanto dico di Sandro — continuava il biglietto di accompagnamento — ci sono delle inesattezze, alcune volute, altre involontarie».
Era da Ester che Levi aveva appreso le circostanze esatte della morte di Sandro, avvenuta mentre lui era ancora rinchiuso nel campo di sterminio. Ed è ancora a Sandro, il montanaro, che lo scrittore attribuisce, almeno in parte, il merito della sua sopravvivenza nel lager, perché, come ricorda Roberta Mori, «Primo imparò grazie a lui “alcune virtù fondamentali”, ovvero “la pazienza, l’ostinazione, la sopportazione” che lo avrebbero aiutato a resistere durante la prigionia ad Auschwitz».
