Visto qualche giorno fa in versione originale con sottotitoli, il film mi è piaciuto immensamente.

E ciò nonostante o forse per questo continuo a chiedermene le ragioni: è perché un film epico? E’ perché è un film romantico, nel quale assistiamo ad un amore coniugale indistruttibile? E’ perché l’arte e il rapporto committente artista sono il (uno dei) cuore del film?

Probabilmente per tutte queste ragioni insieme e anche, e soprattutto, forse, per un ritmo di narrazione senza pause e interruzioni. Tre ore filate di film spariscono in un attimo, come se gli spettatori per tutto quel tempo avessero trattenuto il respiro per vedere come andava a finire.

Prima d’andare avevo letto una critica che lamentava che in più di tre ore di film la psicologia del protagonista e degli altri avrebbe potuto essere meglio scavata e definita. Tutte palle. Il profilo umano di tutti i presenti sulla scena è estremamente ben definito ed è continuamente confermato dalle loro azioni, dai loro silenzi, dai loro sguardi.

Per un rapido tratteggio della trama, e non solo, rimando a quanto ne ha scritto Daniele Lazzarin su questo sito.

Qui nel terminare, mi soffermo solo ancora un momento sulla frase finale pronunciata dalla nipote in occasione dei festeggiamenti finali in onore del protagonista. Dice: perché l’importante è la meta e non il viaggio.

Questa affermazione giustificata dall’occasione e dalle tante traversie che il protagonista ha dovuto passare prima di essere osannato, a mio modo di vedere contiene anche un germe in chiara opposizione alle filosofie correnti. E’ certamente la visione dell’artista per il quale i mezzi, la tecnica, il viaggio (come giungere al risultato) sono nulla rispetto al compimento dell’opera. Ma è anche un ricordo di quella filosofia medioevale per la quale esisteva una meta da perseguire anche a costo di un viaggio per nulla edificante o piacevole. Ora ibridati dalle filosofie orientali tutti diciamo che l’essenziale è il viaggio, il come si sta qui ed ora, l’intensità e la profondità del presente, il cui godimento deve trovare in sé le proprie ragioni. L’importante è la meta e non il viaggio è vero per i sopravvissuti all’olocausto, ma anche per tutti coloro che spendono la propria vita nella realizzazione dei propri ideali. Artisti? Non solo.

PS: Chapeau alla scenografa Judy Becker che, pur non essendo un’architetta, ha saputo creare opere che definiscono con proprietà la maestria del protagonista.

PS1: pare che per ragioni di budget tutto il film sia stato girato in Ungheria, trovando nel castello di Andrassy a Toalmas (60 km da Budapest) una perfetta villa di campagna americana.

PS2: i protagonisti che nel film sono di origine ungherese hanno recitato in prima persona anche le parti scritte in ugrofinnico. Al termine la loro recitazione e le loro voci sono state integrate dall’intelligenza artificiale che ne ha corretto l’inflessione quando non era perfettamente ungherese.